“Whiplash”: la nota da oscar è il si bemolle.

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L’anno è il 2014, “Whiplash” di Damien Chazelle si ritrova in una pioggia di elogi e incassa tre oscar sotto una cascata di scroscianti applausi. Miglior montaggio, miglior sonoro e miglior attore non protagonista a J.K. Simmons. Nessuno può dire che non siano meritati: i primi due sono frutto di uno scrupoloso lavoro che permette al prodotto finale di essere lucido e ben confezionato per l’industria di Hollywood, rappresentando le azioni con strategiche ed eleganti riprese. J.K. Simmons è un virtuoso attore che calza bene i panni del docente di musica nevrotico che violenta psicologicamente ogni studente che ha la sfortuna di capitargli tra le mani. Alle statuette si aggiungono altri riconoscimenti, tra cui un Golden Globe, quasi tutti per le categorie elencate sopra.

Siamo a Manhattan, ai giorni nostri, e un giovane batterista di nome Andrew (Miles Teller) sgomita per diventare il migliore al conservatorio Sheffer. Passa le serate del suo primo anno a esercitarsi fino a quando non viene casualmente ascoltato da Terence Fletcher ( J. K. Simmons) che scorge un placido barlume di talento, faro nell’oceano della sua ambizione giovanile. In poco tempo Andrew si guadagna il posto di secondo batterista nella classe del grande maestro; da qui in poi comincia una stressante e continua tenzone tra i due dato che la filosofia disciplinare comprende un atteggiamento spietato per spronare al massimo gli alunni. In tutti i campi competitivi, l’ambizione si muove parallelamente al duro lavoro, così che questi riescano a eguagliare il talento naturale. Andrew tiene solo la musica nella sua vita, getta sudore sulla batteria, suonando fino a spaccarsi le mani, riuscendo a guadagnare il posto di primo batterista per una vicissitudine del caso. In lui l’ambizione e il talento sono roventi e insieme alla fortuna questi ingredienti si mescolano a formare un cocktail esplosivo calamitante di successo. Il piede aziona la grancassa, le mani fanno risuonare piatti, tom e rullante, mentre il novello Charlie “Bird” Parker inizia a brillare di luce propria.

Fletcher può essere paragonato a un muro, alto e ripido, che cela la vista di un radioso futuro costellato di successi che Andrew può solo immaginare. Il docente è severo fino ai limiti della crudeltà, ma giusto. Oltre il muro è situato il pantheon delle divinità del jazz, genere reso così accademico e diverso da quel feto di improvvisazione e passioni come era alle sue origini. Tale pantheon si dimostra essere un Eden per pochi, coloro che non hanno mai smesso di rialzarsi e provare e riprovare. La musica è il tema che si affianca a quello delle vie del successo in questo frenetico susseguirsi di cadute e sollevamenti, il tutto accompagnato da onnipresenti sinfonie jazz.

Sono state rivolte diverse critiche a “ Whiplash “ di Damien Chazelle: si leggono accuse di superficialità nel rappresentare la folle ambizione di Andrew, di un eccessivo adeguamento ai gusti della capricciosa élite di Hollywood oppure di uno scarso contenuto che non regge il passo con la forma. Indubbiamente lo sviluppo della trama così come viene percepito dallo spettatore trasforma il film in “carne da oscar” senza andare oltre i temi triti e ritriti dell’ambizione e della disciplina. Tuttavia la pellicola è apprezzabile in ogni suo tratto, l’eccellente lavoro di montaggio e il sublime accostamento di esso con il sonoro meritano le due statuette, mentre l’interpretazione di J.K. Simmons, seppur egregia, non si discosta dall’immagine tradizionale dell’insegnante che spacca la testa dell’allievo nella speranza di infilarci qualche nozione. Da vedere.

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