Viaggio di un moderno suicida – Un anno dopo

friedrich-aware

Oggi è stata una giornata di rovesci: nuvole, sole, pioggia. Io da qualche tempo sto seguendo lo stesso ritmo con l’umore.

Sono seduto sul balcone, come al solito ho in mano un sigaro, ha appena smesso di piovere, la giornata è stata tranquilla quanto difficile. Perché ve lo dico?
Perché, esattamente come nell’arte e nelle grandi opere di letteratura, per capire bene qualcosa bisogna conoscere il contesto in cui l’autore sta scrivendo.
Devi cercare di immaginarlo, devi immaginare il suo umore, il suo stato mentale.

E’ passato un anno da quella sera in cui ho tentato il suicidio, da quella sera in cui ho cercato di dare fuoco alla camera d’albergo.
La vita è fatta di casi e di probabilità, di incredibili coincidenze. E quella sera il fato si è proprio divertito.
Ero ignaro che nella hall dell’albergo si stesse festeggiando il pensionamento del capo dei pompieri della città, mi hanno salvato in meno di 10 minuti.
Grottesco, neanche dalla mente del peggiore dei giallisti sarebbe uscita una trama così scadente.

Comunque, quest’anno è passato bene. Qualche basso, pochissimi alti, una serena instabilità insomma.
Da una settimana a questa parte però le cose non girano bene, senza un motivo particolare, ma non mi sento per niente bene.
E non lo posso esternare, si preoccuperebbero tutti, dovrei scrollarmi di dosso la corazza che mi sono costruito.
Quindi adotto una tecnica che mi ha svelato un mio caro vecchio amico giapponese.
Rallento il battito. Da loro è praticamente una filosofia.

Non lo rallento nel senso fisico, lo rallento in senso metaforico.
Mi prendo una serata, mi metto a mio agio, rallento la testa, il tempo, i pensieri e ragiono, un po’ su tutto, su quello che mi viene in mente. Sarà la mia mente a mettere in ordine d’importanza le cose.

Fatelo amici, fatelo. Il mondo ha bisogno di gente che si ferma a riflettere.
Tirate una linea, ragionate su quello che avete fatto, su quello che volete fare, sulle vostre relazioni.
E risolvete. Uscite da quella serata con qualcosa in mano, con un piano d’azione ben chiaro e carichi più che mai.
Da quando ho toccato il fondo lo faccio almeno una volta al mese, e sta andando incredibilmente bene.

Sì lo so, ho cambiato registro, prima ero un fanatico che vi raccontava dei diavoli che aveva in testa, ora sembro una persona per bene che vi vuole addirittura fare la predica.

No, no, no. Chiariamo. I diavoli ce li ho ancora in testa, eccome, a volte picchiano così forte che temo di sprofondare di nuovo. Ma non succede.
Sta tutto qui, l’essere umano di per sé è malato, forse ignobile, un pessimo elemento che nuoce alla terra ed a tutti i suoi abitanti. Facciamo schifo, tutti, nessuno escluso.

La differenza sta nel trovare un modo per reprimere tutto questo, per sembrare degli individui stupendamente dignitosi.

Decidete voi su cosa puntare: potete essere simpatici, generosi, sicuri di voi stessi, altruisti, persino un po’ egoisti e cattivi. Basterà questo per non lasciare trasparire l’essere che siete davvero. Ma non si tratta di maschere, non citatemi a caso Pirandello, si tratta di sopravvivenza.

&nbspPoi ovviamente c’è chi è più bravo e chi meno a inscenare questo meraviglioso teatrino, Gandhi, per esempio, era bravino a sembrare incredibilmente buono. Anche Madre Teresa non se la cavava male.

Io, invece, punto tutto sulla sicurezza. Sembra sempre che io riesca a gestire tutto, di non andare mai in agitazione, di essere sempre lucido e analizzare bene le situazioni. Vado molto fiero di questa cosa, è una delle mie più riuscite.

Concludo qui, il rallentamento del battito ha dato i suoi frutti, sto meglio.

Non so se tornerò, ma voglio lasciarvi un regalo.

Vi siete sempre chiesti per cosa stesse quell’enigmatico Signor G?

Per Gianni.

E’ il mio nome, niente di misterioso.

Me ne vergognavo solo.

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