Viaggio di un aspirante suicida – Terza tappa – La storia di Giacomo “Jack” Bellamano

paesaggio serale con due uomini

Non riesco a togliermi dalla testa la visione del corpo che precipita verso l’asfalto.
Magari quell’uomo aveva le mie stesse preoccupazioni in testa, pensava come me, era come me.
Sono turbato dalle troppe domande a cui non so rispondere, spengo il sigaro e vado a dormire, domani sarà passato tutto e potrò finalmente fare quel che c’è da fare.

Stanotte mi è apparso in sogno lui, l’uomo del suicidio.
Era serio, il sudore scorreva sulla sua fronte e sembrava che l’inquietudine terrena non fosse sparita nonostante il gesto estremo.
Ha voluto, anzi, ha preteso di raccontarmi la sua storia.

Si chiamava Giacomo Bellamano, Jack per i pochi amici, Bellamano per gli altri.
L’ironia della sorte, del destino, o di qualsiasi cosa voi crediate ha voluto che il suo cognome fosse anche il motivo della sua morte: era un giocatore di poker professionista, quello italiano, non le robe texane che ci sono adesso, precisa lui.

Ma andiamo con ordine.

Inizialmente il suo racconto mi era sembrato noioso; infanzia difficile, padre alcolizzato, vita da periferia e il poker come unica via per uscire da tutto quello schifo.
Una buona storia per un film di terza categoria, non di certo sufficiente a sorprendere o impietosire un aspirante suicida come il sottoscritto.

Improvvisamente inizia a raccontarmi del suo problema, l’insicurezza.
Nella vita ha sempre fatto quello che dicevano gli altri, nulla che gli riuscisse bene da solo, escluso il poker, ovviamente.
La scuola scelta dalla madre, il lavoro dal padre, la fidanzata che lo comandava a bacchetta, insomma, si sentiva uomo soltanto davanti ad un tavolo verde e con cinque carte in mano.

Con una voce strozzata e gli occhi lucidi inizia a raccontarmi della sua ultima partita, la posta é troppo alta ma lui ha una bella mano, una mano troppo bella per lasciare.
Le sue cinque dita stringono un asso, un re, una donna, un jack (guarda caso) e un dieci, tutti e cinque di cuori, scala reale massima.
Mi spiega che era praticamente impossibile perdere, così, non avendo abbastanza soldi, decide di puntare la casa e il terreno in campagna appena acquistato dalla moglie.
Avrebbe vinto mezzo milione e avrebbe finalmente potuto dimostrare che lui era un uomo, uno che la vita la prendeva di petto.

Purtroppo, il suo avversario tra le mani stringeva una scala reale minima, mi spiega singhiozzando che è l’unica combinazione che batte la scala reale massima.
Non riesce a spiegarsi perché esista una regola così stupida, una regola per cui una cosa più debole possa battere una più forte, un Davide contro Golia del poker in sostanza.
Beh, la storia finisce con lui che perde tutto e decide di buttarsi proprio davanti al mio albergo.

Jack Bellamano muore per una mano troppo bella.

Mi verso un bicchiere di whisky, un Macallan invecchiato di 15 anni e penso che questa storia, forse, abbia risvegliato della speranza in me
Se fossi anche io una scala reale minima? C’è speranza per tutti, chiunque può battere il più forte.
Io posso battere la vita.

Apro il cassetto del comodino di fianco al mio letto per cercare delle sigarette, frugando tra i vari oggetti dimenticati trovo una carta, un jack di cuori.
Sorrido, guardo la carta e inizio a ridere di gusto pensando che non giocherò mai a poker.

Grazie Jack, sei un amico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *