Viaggio di un aspirante suicida – Quinta tappa – Il mio fuoco

viaggio di aspirante suicida - Aware

Corro alla porta, è la sua voce, ne sono sicuro.

Poso la mano sulla maniglia, arrugginita esattamente come me, respiro profondo e apro di scatto.
Ho una donna di fronte, capelli biondi e disordinati, pelle vistosamente ruvida e gli occhi lucidi di chi ha appena pianto.

Non la conosco, non l’ho mai vista in vita mia.
Lei, trattenendo vistosamente le lacrime, mi dice con la voce rotta di sofferenza “scusi, ho sbagliato” e sparisce nel corridoio del piccolo albergo.

Torno in camera, mi siedo sul divano, accendo il sigaro più costoso che ho, un Cohiba Esplendidos, e improvvisamente la stanza si riempie di fumo denso.

Mi manca, mi manca tremendamente, la stavo dimenticando ma dopo aver sentito la voce di quella donna è ritornata nella mia testa come un lampo nella notte. Da quando mi ha lasciato sono iniziate le mie disgrazie, da quando non c’è più la sua spalla pronta ad accogliermi sono crollato definitivamente.

Ma io, in fondo, penso ora, le donne non le ho mai capite.
O forse, loro non hanno mai capito me. Come biasimarle?
Io non mi capisco, io capisco soltanto la montatura che ho deciso di rappresentare in questa vita, ho scritto e governo pienamente quel personaggio, ma non ho scritto e non governo assolutamente me stesso. Come posso pensare che lo facciano loro?

Quante volte mi sono trovato seduto ad un tavolino, con una birra e una donna di fronte, recitando il mio copione e affascinandola dal fantastico personaggio di fantasia che sono diventato? Troppe.
Quante volte mi sono svegliato la mattina dopo con lei di fianco,con  la sensazione di essere stato bene, ma con la voglia alzarsi e scappare via insieme alla paura di aver abbassato troppo la guardia? Troppe, ma io al tappeto non ci finisco.

Ora però mi chiedo, qualcuna di loro ha mai percepito che fossi un attore? Qualcuna di loro ha mai sconvolto il mio copione e mi ha costretto all’improvvisazione? Nessuna, forse solo lei, forse solo lei è riuscita a scavarmi dentro fino a quel punto.

Io ero romantico. Io sono romantico. Non sono mai stato capace di esternarlo forse, ma lo ero.
Ero il genere di uomo che amava sedersi sul prato e strappare i petali delle rose ascoltando canzoni smielate, se ci penso ora sono quasi schifato. Che inutile dolcezza.
Beh, oddio,  ora non sono in una situazione migliore, anzi, forse darei anche il mio ultimo sigaro per ritrovarmi in quel prato avvolto dalla spensieratezza.

Scendo un attimo in strada, compro una rosa, salgo nella mia stanza e la brucio lentamente con il mio accendino preferito.

Cosa mi è successo affinché passassi dal contare i petali a bruciare le rose?
Non lo so, so che nella mia vita di cose ne ho bruciate tante.

Fogli, passioni, tappe, biglietti d’addio, neuroni, speranze.

Perché non finirla così? Meravigliosa idea.
Riprendo l’accendino, lo avvicino alla tenda della mia stanza, prende fuoco che è un piacere.
Il sigaro si è spento, lo riaccendo avvicinandolo alla fiamma che inizia a divampare dalla tenda, mi siedo sul divano e aspiro più fumo possibile.

Il sipario non si chiude, brucia.

E non azzardatevi ad applaudire, voglio solo fischi.

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