Viaggio di un aspirante suicida – Quarta tappa – Il mio valzer

Apro la finestra, guardo titubante il balcone, prendo coraggio ed esco.
Aria di pioggia, umidità, nuvole bianche, pace.

Faccio due passi avanti, uno indietro e poi ancora avanti.
Le mie mani si appoggiano sulla ringhiera, è fredda, sporca e pericolosamente instabile.
Mi metto sulle punte, respiro profondo, mi godo l’attimo di ebbrezza che si prova prima di compiere gesti stupidi e guardo giù. Vuoto.

Pensavo fosse più facile, maledizione.
E’ come ballare un valzer con la donna che ti ha tradito: non sei coordinato, sei goffo, ti ha fatto soffrire e la musica che senti non la capisci granché, ma, vi assicuro, lasciarla lì da sola con il suo vestito rosso e voltarle le spalle è difficile, impossibile.
Al tempo stesso però fa male tenerla lì avvinghiata a te, guardare il suo candore, sentire le sue mani taglienti come delle lame sulle tue spalle e sopportare le gocce di sudore che entrano negli occhi.

Sei lì, intrappolato nel limbo, nella perenne indecisione che congestiona l’animo degli essere umani.
“Lasciala andare” pensi, guarda come ti ha ridotto, togli le mani da quei fianchi e avviati verso il buio, meglio la morte che rimanere intrappolati in questo valzer corrosivo.
Vero, ma questo valzer mortale è l’unica cosa che ti rimane, non sai cosa c’è alla fine del ballo, non sai cosa succederà dopo che il tuo corpo si sarà infranto al suolo.

Rido.
Se fossi Dostoevskij saprei farvi immaginare lei, la mia vita vestita di rosso mentre danza e volteggia al centro di una pista da ballo deserta, con un pianoforte di lato che suona “Nuvole Bianche” di Einaudi, con i tasti che si muovono da soli e una leggera luce che entra da non si sa dove e illumina lei.
E poi io, sconvolto e timido, cerco di seguirla ma non le sto dietro, aggrappato a quei fianchi come un uomo si aggrappa alla roccia sporgente del burrone prima di sprofondare.
Purtroppo non sono come Fedor, perdonatemi, sono solo un suicida.

Non sono un uomo colto, non lo sono mai stato, sicuramente questo paragone tra donna e vita è già stato pensato e scritto un milione di volte. Non sono originale neanche prima di morire.
Sento il ritmo in me, mi accorgo di aver anche messo la punteggiatura seguendo un qualche ritmo, avvio il player del mio telefono ed è proprio lei, le nuvole bianche del buon Einaudi.

Sospinto da questo turbine di note mi rimetto in punta, guardo giù, mi preparo a dare lo slancio con il quadricipite e, improvvisamente, suonano alla porta, una voce di donna urla “aprì, aprì!”.

Si gela il sangue, riconosco la voce, è davvero lei?

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