Be Aware of: Madaya

Madama-Aware

Madaya è una città come tante altre. Si trova in altura, a pochi chilometri di distanza dal confine libanese e secondo l’ultimo censimento ufficiale del 2004, redatto dall’ufficio centrale di statistica siriano (CBS), conta una popolazione di circa 9371 persone, in forte maggioranza sunnita. Una città come tante in Siria, cullata dal vento e temprata dal sole, celata tra le montagne che la circondano tutt’intorno. Sono sicuro di essere abbastanza onesto nell’affermare che fino a qualche settimana fa, nessuno ne aveva mai sentito parlare. Eppure il mondo si è accorta di lei, della sua tragica condizione e della straziante verità che porta dolorosamente in grembo. Si è scoperto che a Madaya, si nascondono alcune milizie terroristiche di Al Nusra, la versione aggiornata e siriana di una vecchia conoscenza occidentale, Al Qaeda. Si è scoperto inoltre che le truppe del dittatore Bashar Al Assad, ultimo e degno erede di una ormai acclamata dinastia sanguinaria, cingono d’assedio la città da mesi, bloccando l’ingresso di qualsiasi bene di prima necessità, compresi cibo e medicinali. Si è scoperto (quante scoperte tutto d’un tratto!!) che la popolazione civile muore letteralmente di fame. Ma come si muore di fame ? Noi che apparteniamo alla generazione del fast food, del mangiare per sfizio, dell’obesità dilagante, come ci rivolgiamo ad un uomo che è costretto a cucinare delle foglie in un pentolone per sfamare quelle carcasse inermi che sono ormai la sua famiglia? Come ci poniamo di fronte a bambini che non hanno nemmeno più la forza di camminare e che si muovono ormai prosciugati di ogni linfa vitale su passeggini vistosamente piccoli per loro? La vera domanda è però un’altra e che ha accompagnato costantemente il percorso dell’uomo, sin dalle sue origini: come ci poniamo di fronte alla Guerra e alle incalcolabili conseguenze che essa comporta?

 

La situazione siriana, vista oggi appare quanto mai caotica. Rimane la forte amarezza di un conflitto che non si ha avuto la lungimiranza di prevenire né di risolvere. Sotto la maschera di “guerra di civiltà”, di tensioni religiose tra sunniti e sciiti e di spregiudicato terrorismo, si celano in realtà tensioni politiche che per numero di contendenti e violenza del conflitto, hanno pochi eguali nella storia recente. La Siria è un filo ormai spezzato in cui chiunque cerca di accaparrarsi qualche frammento pur consapevole che ricostituire l’unità originaria è praticamente impossibile. In realtà, infatti, sono in corso ben tre conflitti, legati ormai indissolubilmente l’uno all’altro e che si portano dietro ognuno un inaudito carico di morte e violenze.

Sul piano nazionale, si guarda con nostalgia e innumerevoli rimorsi alla primavera araba del 2011, insurrezione del popolo siriano guidata da ideali di democrazia e diritti civili, contro una feroce dittatura di una minoranza che ha sempre difeso il suo potere con qualsiasi mezzo a disposizione. Le tensioni tra le due grandi potenze regionali, l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita, sono ormai giunti ad un punto cruciale in cui nessuna delle due può permettersi una sconfitta e in cui un’eventuale vittoria garantirebbe la più totale egemonia su un area nota al mondo (soprattutto occidentale) come ricca di grandi riserve energetiche. Sul piano internazionale, il nuovo capitolo della sfida tra USA e Russia ha trovato terreno fertile in una zona “plastica”, modellata ogni giorno da fronti che si muovono con rapidità inaudita e che vede una trasformazione geopolitica incessante di cui fatico a vedere una risoluzione in breve termine. Il paese di Putin si è mosso deciso, con una strategia politica chiara, garantendosi una posizione di egemonia, rispetto ad un America che rassomiglia sempre più ad un animale ferito che, leccandosi le copiose ferite, si rifugia nella sua tana. La verità è che nessun paese occidentale può permettersi di intraprendere una guerra di terra; troppo fresche sono nella memoria le infruttuose spedizioni in Afghanistan prima e in Iraq poi, che hanno anzi contribuito fortemente alla destabilizzazione politica di cui oggi vediamo il devastante effetto. In tutto questo si inserisce l’ultima versione del fondamentalismo islamico, quello che abbiamo imparato a conoscere con orrore come Isis. Nato ai tempi della seconda guerra del golfo come ISI, stato islamico dell’Iraq, ne era uscito notevolmente rafforzato grazie all’adesione di oltre 400.000 sodati appartenuti all’esercito di Saddam Hussein, che gli USA aveva, saggiamente, deciso di sciogliere, non curandosi di dove quel potenziale distruttivo finisse. L’abbiamo amaramente riscoperto ormai da qualche anno come “Hollywood dell’orrore”, con video di ostaggi decapitati, minacce al mondo occidentale e attentati terroristici che colpiscono sistematicamente le capitali europee, lasciandoci nel più profondo sconforto e timore. Sono però fermamente convinto che non si tratti di una guerra di civiltà. E’ vero, abbiamo tradizioni culturali e storie completamente differenti, ma ridurlo ad uno scontro tra civiltà e barbarie è riduttivo e quasi sicuramente inefficace per cercare una risoluzione.

L’Europa invece, grande e imperdonabile assente nelle mediazioni oggi in corso, non è stata capace di produrre una politica estera comunitaria, limitandosi a costruire qua e là qualche barriera, sperando di poter fermare quel flusso di disperati che quotidianamente batte ai cancelli dell’Europa, cercando solo una pace, di cui hanno dimenticato il sapore da molto tempo.

 

Madaya non è più quella città che era e che sarebbe sicuramente continuata ad essere. Forse non è nemmeno più una città. Ci mostra la vera anima della guerra, quella di un cancro che si attacca graffiando e consumando ogni cellula del corpo e da cui è quasi impossibile liberarsi, avvinghiata com’è fin nei nostri recessi più profondi.

Madaya ci impone di guardare e di cercare delle risposte a barbarie che credevamo o che volevamo credere, ormai scomparse da tempo. E’un monito, sicuramente non il primo né l’ultimo di una drammatica storia di guerre che ci tocca aggiornare costantemente, giorno dopo giorno. La guerra “televisiva” moderna ha, paradossalmente, ridotto notevolmente la nostra percezione di questi eventi che ci appaiono lontani, separati da un oceano di inconsistenti convinzioni e da quell’ipocrisia di “età di pace”, che ci fa dormire sonni tranquilli, ma che si scontra violentemente con la realtà dei fatti.

Madaya è la morte che bussa alla porta di casa e ci chiede il conto.

 

Alberto Salvi

 

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