Una settimana dopo

Cruces_Lomas_del_Poleo

“Femminicidio ” è una parola tremenda: non solo per quello che significa, ma anche perché è proprio brutta dal punto di vista lessicale: sembra tradire un’accezione sbagliata, fallace, è un paradosso in forma: l’uccisione delle femmine in non in quanto vittime ma in quanto emblema di vittimismo: ridotte a soggetti inermi che subiscono la violenza degli uomini e vanno pure in giro a lamentarsene. Le critiche sull’utilizzo del termine ci sono (qui una tra tutte quella della giornalista Angela Azzaro);ne solleva alcune anche la film maker Titta Raccagni, intervenuta durante la conferenza RAI “una violenza del genere, come si racconta?”: Titta fa parte dell’associazione “ragazze del porno”,impegnate, come scrivono sul sito ufficiale LINK, “un progetto di cortometraggi porno d’autore girati da registe italiane”, ispirato al progetto svedese The Dirty Diaries Project; lei stessa ha girato un corto chiamato “ogni legame è una libera scelta” , volto alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti di tematiche inerenti al porno ed in particolare alle pratiche BDSM, sulle quali c’è spesso troppa disinformazione: checché se ne dica sono l’antipode di un rapporto violento e si basano necessariamente sulla consensualità di ambo le parti. Secondo la regista, l’educazione sessuale deve partire proprio dal porno, soprattutto in un’era in cui su internet i contenuti pornografici sono alla mercé di tutti, soprattutto dei più giovani .
Se l’educazione deve partire dal porno, deve passare per tv, giornali e pubblicità.
Analizzando proprio la pubblicità, si apre uno squarcio grottesco su cosa ci propone la tv: dalla pubblicità dei pannolini differenziati in cui pare si giustifichino le differenti esigente anatomiche in base alle differenti aspirazioni di bambino e bambina (la bambina deve stare sentirsi a suo agio perché deve correre aspettandosi che i maschi le corrano dietro, il bambino deve stare comodo perché deve correre dietro la bambina: tra l’altro è questo quello che deve fare per il resto della sua vita con le femmine vanitose) a quella dove la donna protagonista racconta di aver messo da parte i propri sogni per metter su famiglia (e anche qui troviamo stereotipi un po’ buttati qui e lì, scarpette da calcio=figli maschi)

Nei rari casi in cui la pubblicità è stata mezzo di prevenzione del femminicidio,il risultato finale è stato incredibilmente goffo o addirittura controproducente grazie alle derive glamorous e patinate che hanno resola violenza tra le mura domestiche il target ideale della corrente di pensiero “purché se ne parli”, come nel caso della pubblicità Coconuda.

Secondo la giornalista Annamaria Levorin, intervenuta durante la conferenza, giornali e telegiornali incentivano gli stereotipi attraverso una non così sottile scelta terminologica, che talvolta vara verso la disinformazione,con l’utilizzo errato del termine femminicidio al posto di femicidio, talvolta è becera e fa apologia dell’aguzzino, che viene spesso giustificato implicitamente: è il “fidanzato geloso”, ha agito per un “raptus”, “era un bravo ragazzo”, “non era in sé quando l’ha fatto”, a differenza della descrizione della vittima, che è sempre farcita di dettagli e aggettivi che ne sottolineano l’accezione fisica dei quali nessuno francamente sente il bisogno: La vittima è vittima, e i dettagli somministrati dalla cronaca devono essere funzionali.

Non è mai stata così forte quanto ora l’esigenza di lavorare per una comunicazione che rispetti la dignità di chi subisce: una donna su tre ha subito violenza, oggi come una settimana fa.
Non è emergenza, è routine.

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