Una corsa contro tutti – Kathrine Switzer

Quando una donna si mette in testa una cosa, è la fine. Anche se proviamo a nasconderlo e viviamo in una società maledettamente maschilista, è un dato di fatto che le donne siano più determinate, in ogni circostanza. Quando l’amore per lo sport è così forte da farti abbattere qualunque barriera, qualunque stupidissima costrizione, è la volta che entri nella storia, anzi, la cambi del tutto.

Kathrine Switzer era innamorata dello sport. In realtà aveva provato a fare la cheerleader, ma non era proprio il genere di ragazza adatta a quel tipo di attività. Il suo sogno non era quello di diventare la ragazza più invidiata del college rimediando un’uscita col quarterback della squadra di football. Kathrine amava correre, sudare, faticare. Voleva dimostrare a tutto il mondo che le donne erano in grado di gareggiare, nello stesso modo in cui lo facevano gli uomini. Era sempre insoddisfatta, non si sentiva mai appagata. Dopo gli allenamenti di hockey su prato si faceva una corsa di sei miglia, perché si sa, più si suda in allenamento e meno si sanguina in battaglia.

Negli anni sessanta la corsa non era considerata roba da donne. Forse per paura, forse per manifestare la superiorità del genere maschile, non passava nemmeno nella mente del più pazzo l’idea che una donna potesse partecipare ad una maratona nello stesso modo in cui lo facevano gli uomini. Kathrine credeva invece che fosse possibile, che fosse assolutamente insensato pensare ad una cosa del genere. Voleva dimostrare che anche le donne erano in grado di faticare, gareggiare, vincere.

Tutti credono che una cosa sia impossibile da realizzare, fino a quando non arriva il pazzo di turno e se la inventa. Così la pazza decisione, nel 1967. Kathrine, assieme al fidanzato e al suo coach (il postino dell’università con la passione per le maratone) si iscrive alla maratona di Boston. La partecipazione di una donna come sappiamo non era permessa, e la ragazza si iscrive con le iniziali K.V. Switzer. Uno dei suoi sogni era quello di diventare una famosa giornalista sportiva, ed era solo con le iniziali che si firmavano i grandi giornalisti. La cosa passò totalmente inosservata.

L’atmosfera di quella mattina di aprile a Boston era piuttosto gelida: la neve si depositava sulle strade e il freddo contribuiva a rendere ancor più difficile il compito dei concorrenti. Non ci volle molto tempo prima che corridori e giornalisti si accorsero che avrebbe partecipato anche una donna. Sì perché Kathrine non si tagliò i capelli e non si vestì da maschio per rimanere nell’anonimato, anzi, volle sottolineare la sua unicità con il rossetto rosso stampato sulle labbra. Tutto però era ancora da dimostrare. Le donne erano considerate inadatte a coprire delle distanze simili, mai avrebbero potuto gareggiare alla pari con i maschi. Kathrine riuscì a dimostrare tutto il contrario, riuscì ad oltrepassare qualsiasi barriera imposta dall’organizzazione e da quella società americana maledettamente maschilista. Durante la gara, la ragazza dovette fare i conti ache con Jock Sample, giornalista e membro dell’organizzazione della Boston Marathon, che non accettò questa situazione. Accadde un episodio piuttosto esilarante: l’uomo scese in pista fra i concorrenti e si mise ad inseguire la ragazza, con l’intento di femarla. Provò a bloccarla, a spingerla, ma queste ridicole provocazioni si fermarono di fronte ai 106 chili del fidanzato, che con uno spintone stese a terra Jock Sample e urlò: “corri ragazza! corri come fosse l’inferno!”. Queste parole spinsero la Switzer ad accelerare il passo, e a concludere la gara.

Non fu una prova di orgoglio personale, non voleva dimostrare che Kathrin Switzer fosse in grado di correre una maratona. Voleva dimostrare che ogni donna fosse grado di farlo, allo stesso livello degli uomini. Da quel giorno le iscrizioni alle maratone si aprirono anche per le donne, e Kathrine vide realizzare il suo sogno più grande.

Kathrine Switzer era una gran bella ragazza, ma con un caratterino piuttosto testardo, troppo testardo per essere ancora il 1967, persino in America. Ma si sa, quando una donna si mette in testa una cosa, è la fine.

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