Un caffè mentre fuori qualcuno muore

‘Mamma hai sentito cosa è successo oggi in Francia?’

‘No, non ho guardato il TG oggi.’

E’ proprio vero, la Tv funziona solo se è accesa, e se è accesa lei noi conosciamo. Ma quante sono le cose che noi dovremmo sapere subito.

Ci penso spesso, alle mie giornate vissute in spensieratezza; biblioteca, amici, uscire la sera e farsi due risate in compagnia… sono cose ordinarie.

Ma mentre studio, mentre apro un libro o pago un gelato, dall’altra parte del mondo o nemmeno poi così lontano, può star succedendo qualcosa di terribile.

Cosa stavate facendo quando le torri gemelle sono cadute? E quando hanno fatto l’attentato a Charlie Hebdo?

Mi ha sempre fatto molto effetto, la mia momentanea ignoranza a causa della radio non accesa o del televisore a schermo nero. La mia quotidianità vissuta all’oscuro, anche se solo per qualche ora, dall’orribile.

Arrivi a casa e la signorina del telegiornale, bella composta, ti racconta di quello che il 26 giugno 2015,è successo.

Francia: ore dieci, Lione, attentato in fabbrica e uomo decapitato. Sono passati SOLO cinque mesi dall’ultimo attacco terroristico in Francia.

Se sei davanti ad un piatto di pasta dovrebbe passarti la fame, se stai lavando i piatti la tua spugna si ferma e ti giri verso la tv. Se sei in macchina e stai tornando da lavoro, alzi il volume.

Oggi io ho alzato il volume. Tornavo a casa ed erano le diciannove.

Avevo fatto in tempo a fare un sacco di cose durante la mia giornata, e chissà cosa stavamo facendo, tutti noi quando un uomo ha fatto irruzione nell’impianto di gas della fabbrica ‘’Air Products’’ provocando un’esplosione. Tutto ciò a Saint-Quentin-Fallavier, ad una Trentina di chilometri da Lione.

Ma non è tutto. Sarebbe troppo ordinaria una cosa del genere, per il mondo in cui viviamo e per la tragicità delle notizie che ci propongono ogni giorno.

Sulla recinzione della fabbrica, è stata ritrovata una testa. Sì, una testa conficcata nell’acciaio, ricoperta di scritte in arabo.

Secondo le ricostruzioni fatte dal quotidiano ”Le Figaro”, l’uomo avrebbe decapitato il suo datore di lavoro e trascinato il corpo più lontano, prima di appiccare l’incendio che ha provocato l’esplosione.

Il rumore di un’accendino, della benzina per terra, mentre voi sbuffate sui libri, mentre pagate un caffè al bar. Il fuoco che si accende mentre vi buttate sul divano di casa o fate una qualsiasi commissione. Solo perché non capita a due metri dal luogo in cui vi trovate, non vuol dire che non debba toccarvi.

Arrivano i soccorsi e immaginatevi la scena, sembra quasi un film. L’uomo davanti al suo incendio, e il sangue freddo di un pompiere che gli si butta addosso per fermarlo.

Un sangue così freddo da riuscire a fermare il fuoco dell’odio, concentrato in un solo corpo. E’ stato grazie a lui che, il presunto attentatore Yassin Salhi, è stato fermato e poi arrestato. Era già noto per radicalismo, ed era stato tenuto sotto osservazione per due anni. Nessun attacco terroristico, almeno fino ad oggi.

La voce di Francois Hollande ci conferma quello che noi già abbiamo intuito: Attacco terroristico che aveva come obbiettivo il far saltar in aria tutto il complesso industriale.

“Non bisogna cedere alla paura, l’emotività non può essere la sola risposta’’.

Non lo so se mi trovo d’accordo con Hollande. Forse solo per un 50%. No alla paura, ma sì all’emotività: a quella che ci fa arrabbiare tutti, a quella che fa nascere in noi lo sdegno di fronte a questi atti, a quella che ci fa piangere anche per una sola vita. Rispondiamo, e rispondiamo facendo vedere che siamo ancora quelli che soffrono perché sono uomini veri, ma che non si piegano, che non uccidono come fanno loro. Piangere non significa arrendersi, come l’emotività significa non rimanere indifferenti. E noi non possiamo continuare a chiudere gli occhi, a mostrarci tolleranti o di ghiaccio.

Ma non è curiosa una cosa? Contemporaneamente all’esplosione, al vostro andare a lavoro o in biblioteca, contemporaneo all’accendersi di una miccia in Francia,  un kalashnikov in Tunisia sparava proiettili su persone civili di diversa nazionalità: Belgi, Tedeschi, Inglesi e Irlandesi… in vancanza in due alberghi a poco meno di 140 chilometri da Tunisi . Sono morte circa 37 persone, e altrettante sono state ferite, tutto per mano di due terroristi sbarcati via mare. Uno di loro è stato ucciso, l’altro fermato mentre tentava di scappare.

Ma no, non ho ancora finito di raccontarvi del nostro venerdì dell’orrore. A Kwait City un uomo si è allacciato una cintura piena di esplosivo e si è fatto saltare in aria  in una moschea, in piena preghiera per il Ramadan: ad ora, 24 morti e 50 feriti. E il signor Isis ci ha detto ”sissignori, è tutta opera mia”.

E allora quante cose abbiamo fatto oggi mentre il mondo era costellato di odio?  O forse dovremmo chiederci quante cose orribili sono capitate insieme ad altre cose orribili?

Ma io dico no, non voglio dover pensare a questi atti come normali tanto quanto è normale prendere un caffè in pausa studio. Non voglio dover misurare l’orrore in base ad altro orrore. Perché noi tutti abbiamo una vita quotidiana lontana dall’odio e desiderosa di pace, che abbiamo il dovere di difendere…

Il soffrire per chi non c’è più, l’ira che si scatena quando vediamo queste cose, non può fare altro che renderci ancora più forti e allo stesso tempo più lontani da chi tenta, tutti i giorni, di dimostrarci che il verbo vivere non ha valore.

E continuo a pensare che se la vita è un mio diritto, se c’è chi ha deciso di darmela e io la voglio con tutto il mio cuore, chi sono loro per farmi paura? 

 

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