Trump-Hillary, inizia il duello per l’America

Il SuperTuesday incorona i duellanti. Hillary Clinton e Donald Trump escono vincitori da un martedì decisivo nella corsa verso i due congressi di partito che incoroneranno i candidati alle elezioni presidenziali Usa di novembre, ma se il trionfo dell’ex first lady era stato pronosticato da più parti, l’avanzata dell’intransigente miliardario ha spiazzato analisti e non.

article-doc-8b7x4-3tRxvSee3K9cbf26b9f8b4213ccf-286_634x548

REPUBBLICANI

Nate Silver, uno dei maestri dei Big Data, ovvero dell’analisi dell’enorme mole di dati circolanti in rete, un mese fa non dava a Trump più di un misero 2% nelle chance di vittoria finale e la risposta è stata un vero schiaffo: 7 Stati conquistati su 12 con percentuali in alcuni casi molto solide (49% in Massachussets, 43% in Alabama) e 316 delegati, lasciando ai rivali poco o nulla. Il principale rivale del suo partito, Ted Cruz, si è preso tre Stati fra cui il Texas, sua terra natale, e ha chiesto agli altri di ritirarsi, candidandosi ad anti-Trump per raccogliere i loro voti.

rt_donald_trump_mm_150616_16x9_992

Ora Donald ha il 52% dei voti necessari per la nomination di luglio e ha un chiaro vantaggio, che potrebbe essere ormai vanificato solo in due modi. Il più improbabile sarebbe la mancata vittoria del magnate in tutti e cinque gli Stati al voto di sabato. Altrimenti, il 15 marzo si vota in altri cinque Stati cruciali (Florida, Illinois, Missouri, North Carolina e Ohio) e, se Kasich, governatore dell’Ohio, fosse in maggioranza in casa propria e Cruz e Rubio portassero a casa almeno altre tre contee, Trump potrebbe non arrivare al congresso repubblicano di Cleveland con i numeri a posto.

Ma perché un personaggio che sulla stampa di casa nostra gode di così poco credito ha potuto raccogliere un tale numero di consensi? La risposta è che, ovviamente, Europa e Usa sono due realtà diversissime. Un cavallo di battaglia di Trump è la lotta contro l’immigrazione (ha dichiarato di voler mantenere e rafforzare il muro di frontiera con il Messico e aveva lanciato una provocazione riguardo l’espulsione di tutti i musulmani dal Paese). Gli States convivono con il problema da decenni, quando a Ellis Island sbarcavano anche i nostri connazionali, e il Paese, attraversato anche da tensioni razziali di gravità inimmaginabile per l’Europa, ne esce lacerato.

A tutto questo va aggiunto che l’Europa è geograficamente in prima linea contro il terrorismo, ma non economicamente. Il grosso dello sforzo, tra raid e mediazioni diplomatiche, continuano a sostenerlo gli Stati Uniti, impegnati in guerre in tutto il mondo come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda. Infine, la crisi economica ha lasciato sul campo americano molte più vittime di quanto non abbia fatto a casa nostra. Molti americani, la cui nazione ha esportato il proprio stile di vita praticamente in tutto il mondo, rimpiangono gli anni del maggior benessere economico e di un’immagine fiera e vincente della propria nazione.

Trump è proprio questo. Uomo di esperienza, ha dimostrato in più modi che l’immagine vincente degli Usa si può rispolverare in qualunque momento, mettendo il proprio nome su 13 grattacieli di New York, di cui però solo 3 sono effettivamente di sua proprietà.

DEMOCRATICI

Per controbattere alla vincente strategia del Grand Old Party (almeno, della parte che sostiene Trump), i democratici sembrano ormai aver deciso di puntare su Hillary Clinton, figura innovativa (anche perché donna), ma anche di grande esperienza: moglie di un ex presidente, impegnata per i diritti delle donne, finalista perdente alla convention democratica del 2007 che incoronò Obama e Segretario di Stato per sei anni.

150613122827-01-hillary-0613-super-169

Bernie Sanders, suo rivale di partito, ha racimolato solo 4 Stati su 12, terrà botta fino all’ultimo, ma ha ormai uno svantaggio quasi impossibile da recuperare. Il vero pericolo allora è di nuovo lui, Donald Trump. Buttarlo giù è diventata una vera e propria sfida, peccato che le armi tradizionali della politica con lui non funzionino: tacciarlo di razzismo, maschilismo e isolazionismo (che in sè non è un insulto, bensì un incubo per l’economia Usa) non fa che far parlare di lui e portargli consensi.

Secondo i sondaggisti (beninteso, gli stessi che un mese fa asfaltavano Trump), il vantaggio di Hillary sull’arrembante tycoon si è ridotto da 20 a 3 punti percentuali. Bisogna correre ai ripari. La strategia dem è a una svolta: niente più attacchi all’uomo ma alle idee. Servirà puntare il dito su come il miliardario sia abile con le parole, ma nei fatti potrebbe essere un pessimo leader, distruggendo in politica estera quanto fatto di buono da Obama in questi anni. Hillary farà domande scomode come: davvero lascereste in mano a lui l’enorme arsenale nucleare americano?

Sarà fondamentale non dare un’immagine superba, cadendo nella trappola di Trump mirata all’attacco frontale (Clinton è pur sempre stata sotto processo per il famoso scandalo mail, arma che le è stata più volte rivolta contro) e avrà bisogno di tutto il sostegno del suo partito al momento giusto, a partire dal presidente in carica. Che pure qualche stoccata a Trump l’ha già data, tra le righe (“Essere presidente non è un reality show”).

In realtà non è un reality la metafora più adatta per descrivere la situazione politica attuale, meglio una serie tv. La cui prossima puntata è fissata per il sabato, con il voto in altri cinque Stati, e il continuo duello a distanza tra il miliardario e l’ex first lady. Altro che House Of Cards.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *