“The Lobster”: amare a comando

Regia: Yorgos Lanthimos
Paesi di produzione: Grecia, Regno Unito, Irlanda, Francia, Paesi Bassi
Anno: 2015
Anno di distribuzione in Italia: 2015
Cast: Colin Farrell, Rachel Weisz, Ben Whishaw, Léa Seydoux, John Reilly, Ariane Labed
Yorgos Lanthimos, greco classe ’73, barba e sguardo intelligente. Forse il suo nome, ancora, non si sente in giro così spesso. Ma questo regista si è già affermato – e oserei dire con stile- nel panorama dei film festival internazionali. Da Atene con furore, la sua carriera di regista, pur “riducendosi” a cinque film, vanta già importanti candidature (agli Oscar nel 2011 con “Kynodontas”) e premi di un certo spessore (giunti principalmente da Cannes e Venezia). E il suo ultimo lavoro, che ha vinto quest’anno il Premio della Giuria a Cannes, non è certo esente da questo discorso.
The Lobster, ovvero L’Aragosta.
Un titolo bizzarro, per un film altrettanto bizzarro. Nelle varie sinossi che si possono trovare su internet, si parla di un film ambientato in un futuro distopico. Ma, questo, non mi sembra del tutto corretto, o almeno personalmente non l’ho percepito come tale. Io lo definirei piuttosto, se proprio si sente la necessità di definirne le dinamiche spazio-temporali, un film ambientato in un mondo parallelo al nostro. E penso che questo, oltre a cambiare la prospettiva di visione, può fornire il primo vero motivo di differenza tra The Lobster  e Her, da cui Lanthimos ha dichiaratamente preso spunto (per un approfondimento, potete leggere il precedente articolo scritto da Giulia Guerra). Her, infatti, è palesemente ambientato in un futuro prossimo, in cui la tecnologia, che già ora fa da padrona, si addentra nella nostre vite e soprattutto nella nostra intimità in maniera ancor più percepibile e ancor più “normalizzata”.
Punto d’incontro dei due film, invece, è l’amore, o meglio ancora la concezione di “relazione di coppia”. The Lobster, infatti, racconta le vicende di David -interpretato da Colin Farrell– che viene lasciato dalla moglie e si ritrova sentimentalmente solo. Nella comunità sociale e nel mondo di The Lobster, però, essere single è severamente vietato; pena: essere trasformati in un animale ed essere così costretti ad abbandonare il proprio corpo e la propria esistenza da essere umano. Il protagonista e tutti coloro che si trovano nella medesima situazione vengono, secondo le norme, “deportati” nelle campagne, in quelli che sembrano degli hotel da vacanza. Qui, gli vengono dati gli stessi vestiti degli stessi colori (camicie e pantaloni blu per gli uomini, vestitini floreali per le donne), gli viene legata una mano alla cintura per ricordargli quanto sia difficile fare le cose da soli (e non in due) e, infine, una scadenza: 45 giorni per trovare un’anima gemella. Altrimenti si viene trasformati in una bestia.
Premesse inquietanti e surreali. Soprattutto surreali. Un mondo che, a differenza di quello ricreato da Spike Jonze in Her, non potrà mai essere attuato, né ora, né mai -nemmeno se, per assurdo, lo si volesse creare di nostra spontanea volontà. Her è un film che spaventa perché visualizza un punto d’arrivo della socialità umana a cui potremmo benissimo fare capolinea; The Lobster spaventa perché tutto quel che accade non è possibile, ma se lo fosse sarebbe un vero disastro, una tortura sociale e psicofisica con davvero pochi precedenti.
Altrettanto diversi da Her sono i toni generali e la sceneggiatura: dialoghi grotteschi e scene che metterebbero in imbarazzo chiunque. Lanthimos ha creato di proposito una realtà di vita quotidiana che è spietata e crudele nel suo eccessivo principio di auto controllo; l’essere umano, qui, non viene mostrato nella sua complessità di sentimento e pensiero (come in Her), ma piuttosto preso per i fondelli: i personaggi, incluso il protagonista, sembrano fantocci bidimensionali, incapaci di sviluppare pensieri ed emozioni autonome a lunga durata (insomma, tutto al contrario di Her).
Una soluzione, tuttavia, sembra esserci. Il film pare essere appositamente diviso in due parti, ad inscenare due realtà agli antipodi: da un lato, chi cerca, come se fosse una prescrizione medica, l’anima gemella; dall’altro lato, chi scappa e si ribella, i cosiddetti “solitari”. Se trovare un compagno o una compagna rappresenta la massima forma di reinserimento sociale, trovare rifugio nella foresta per stare da soli significa diventare un reietto, un soggetto “in fuga”, un ricercato per crimine.
Lanthimos non si limita solamente ad alimentare degli opposti, ma sviluppa una sceneggiatura il cui fulcro principale è il paradosso -una scelta registica che è quasi sempre vincente nel cinema, basti pensare che Woody Allen ne ha fatto il suo marchio stilistico. Anche i “solitari”, infatti, hanno un mantra preciso, e cioè l’obbligo di NON fidanzarsi: una ribellione che finisce per essere assurda e dittatoriale come la società da cui vuole mantenere le distanze, persone che si auto impongono delle restrizioni simili a quelle che disprezzano. Insomma, è un mondo dove tutti sono obbligati a scegliersi un ruolo e ad attenersi ad esso con religiosa obbedienza: non esiste “cambiare idea”, non esistono le sfumature. O stai di qua o stai di là, la vie di mezzo sono state rimosse (ne è un esempio il fatto di dover scegliere, ai fini della ricerca di un partner, il proprio orientamento sessuale sulla base di categorie prestabilite, che escludono la bisessualità per “motivi pratici”). Persino i luoghi vengono categorizzati: in città le coppie, in campagna i casi “deviati”.
Paradosso finale, poi, è lo stabilirsi (e il certificarsi di fronte alla società) delle coppie solo in relazione ad evidenti (ma non per questo significative) similitudini. Il famoso detto “Gli opposti si attraggono”, a tal ragione risulterebbe persino disdicevole. Le coppie sono tali solo se i due contraenti hanno qualcosa in comune, anche una stupidaggine; zoppicare da un piede o perdere spesso sangue dal naso, possono così essere validissimi motivi per accoppiarsi, mentre l’idea di attrazione vicendevole e reciproca sulla base di sentimenti – dunque l’invisibile, l’irrazionale – non è nemmeno contemplata.
Questa linea di condotta sfida il buon senso dello spettatore e in un certo senso lo rincuora di non vivere in un mondo del genere. Ma il film non si riduce solo a questo, come dimostra il finale ben congegnato, che forse mette in scena l’unico comportamento ragionevole del protagonista in tutto il film, ma che mina la sicurezza mentale dello spettatore e ne fa traballare le costruzioni di pensiero, fino a chiedersi: “Se dovesse capitare a me, cosa farei?”

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