Terrorismo : 5 aspetti trascurati da considerare

Siamo sempre più scioccati da ciò che sta accadendo. Le persone sono in agitazione, ci si aspetta sempre un attentato e non si parla che di fondamentalismo islamico. Dall’altra parte c’è una minoranza che tenta di placare l’ira allarmista e rassicura sul fatto che sono solo semplici e sporadici attacchi terroristici, per i quali si aveva la stessa paura, se non maggiore, negli anni di piombo.

  • Come mai ci sentiamo solo ora in pericolo?
  • Quali sono le convinzioni “laiche” (prive di riferimento  religioso) e i contesti che muovono questi atti?
    Senza voler negare il forte ruolo che gioca l’interpretazione distorta della religione che portano con sé gli jihadisti, con questa riflessione vorrei escludere il puro e semplice motivo del fondamentalismo religioso per soffermarmi su aspetti che rimangono sempre in ombra e sui quali probabilmente fa comodo non far ragionare l’opinione pubblica.

I punti ai quali bisognerebbe dare più attenzione per fare una valutazione meno superficiale di quella che viene fatta solitamente riguardo alla situazione internazionale, sono questi:

  1. LA CRISI DI LEGITTIMITÀ
    Il primo punto da cui partire è cosa c’è nei progetti degli jihadisti, cioè l’unificazione del Medio Oriente in uno Stato Islamico, che chiameremmo meglio una RIDEFINIZIONE DELLO SPAZIO. I confini in Medio Oriente non sono stati definiti autonomamente con guerre e diplomazia fra Stati della regione; tutto è stato fatto appena dopo la prima Guerra mondiale da Francia e Gran Bretagna nel momento in cui si sono spartite quei territori non più sotto il controllo dell’Impero Ottomano per mezzo dei mandati della Società delle Nazioni, che non hanno fatto altro che prolungare la spinta imperiale di questi due paesi.
    Questa è la base di ciò che contrastano oggi gli uomini dell’ ISIS: non riconoscono i confini imposti e interpretano tutto come il prodotto del “grande tradimento del 1919” a cui ribellarsi. Maledetto accordo di Sykes-Picot…

    sykes-picot-map-in-1916

    Alla Gran Bretagna: l’Iraq, l’Iran e la Giordania / Alla Francia: la Siria e il Libano


  2. IL DECLINO DELL’OCCIDENTE E LO SCONTRO DI CIVILTÀ
    Non è il motivo degli attacchi, ma sicuramente è un elemento da contare e tenere presente in quanto europei, ancora concentrati e certi dell’essere il centro del mondo e la potenza indiscussa. Non è più così , l’eurocentrismo è finito. L’Europa rimane un continente di grande valore, ma non così come lo concepiamo nelle nostre manie di grandezza.
    Nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, Francis Fukuyama scrive che il grande conflitto del secolo ( ossia lo scontro fra democrazia e totalitarismo) è concluso e che non si può che pensare positivamente ad un mondo che ha superato la sua crisi peggiore. Fukuyama viene smentito poco tempo dopo con lo scoppio a catena di scontri di civiltà, pensate un po’, tra Occidente e resto del mondo. Lo scontro ideologico viene avviato dalla fine della Guerra Fredda, che lo aveva sempre mascherato e che con la sua fine, dice Huntington nel 1993, non ha fatto altro che “scoperchiare la pentola”.
    Quelle attuali sono guerre tutte scollegate e usano tutte un linguaggio diverso, scatenando la nostalgia degli USA verso i loro beneamati vecchi nemici sovietici: dopotutto erano “normali” rispetto al nemico alieno del presente.
    The_End_of_History_and_the_Last_Man        huntington
  3. L’ESERCITO DEGLI SPECIALISTI 
    Faccio un ultimo riferimento storico, ma ne vale davvero la pena. Kant diceva che le democrazie sarebbero state sicuramente più pacifiche di altri regimi perché quello che distingue realmente la democrazia dalla monarchia assoluta è il fatto che chi decide la guerra, il popolo, è anche chi la combatte e ne subisce le ricadute, a differenza di un monarca che continua  a vivere la sua vita in pace anche durante un conflitto. Quindi, un popolo in democrazia ricorrerà alla guerra solo in casi estremi.
    E invece, Kant rimarrebbe deluso se vivesse tra noi oggi.
    Con il passaggio dalla coscrizione obbligatoria all’esercito degli specialisti della guerra, c’è stato un calo di consapevolezza della realtà che è quasi epocale, una crisi di responsabilità. Anche se ci si trova in una democrazia non è più il popolo a decidere la guerra né a combatterla e per di più sono guerre “lontane” in tutti i sensi. Valutiamo senza capire che tutto ciò è anche una conseguenza delle “nostre” azioni.
  4. LE RIVENDICAZIONI POST-ATTACCHI 
    Collegato a ciò che si è appena detto è sempre presente nei messaggi dei terroristi la voglia di far provare all’Occidente quello che avviene ogni giorno nei loro territori .
    Per dare un’idea: “L’Occidente ci sta facendo la guerra ma gli unici che la stanno subendo siamo noi, vogliamo far capire agli occidentali cosa stanno facendo e cosa significa essere in guerra”.
  5. DALLA GLOBAL WAR ON TERROR FIRMATA G.W. BUSH AL REALISMO DI BARACK OBAMA
    L’ espressione utilizzata da George Bush nel 2001 è “siamo in guerra”. Non è semplicemente un incitamento alle folle, ma è quello che determina che certe azioni illegali in tempi di pace siano a partire da quel momento GIURIDICAMENTE LEGALI.
    Inoltre, quando si parla di “guerra al terrore” non intende più solo il TERRORISMO, ma tutto ciò che produce TERRORE.
    Bush fa un’estensione della definizione che a sua volta aumenta anche il numero di minacce da combattere (nel suo caso anche da confondere, sovrapporre e mischiare erroneamente). Proprio l’UBRIACATURA dell’amministrazione Bush, poggiata sui successi americani in stile anni ’90, ha fatto credere nel 2003 che la guerra in Iraq sarebbe stata un successo immediato e a costo zero, deridendo gli alleati che condannavano l’atto. In realtà è stato l’opposto. Bush non ha contato che l’esercito iracheno potesse aver imparato qualcosa dalla guerra del 1991 di Bush senior e che gli iracheni si fossero preparati a riorganizzarsi in bande minori. Proprio una parte degli arruolati nell’ ISIS oggi non sono altro che gli ex uomini  dell’esercito di Saddam Hussein.
    A risanare questo mix di sapori contrastanti sarà la dieta disintossicante di Barack Obama, che non accetta più che si parli di global war on terror, terrorismo e ancora meno di terrore, ma vuole che si identifichino i nemici da combattere, determinare gli attori pericolosi, distinguere chi è contiguo e chi no a certi movimenti, senza sovrapporre mondi opposti solo perché accomunati religiosamente o perché minacciosi per gli USA.  “Gli Stati Uniti sono in guerra contro Al Qaeda e i suoi amici”,  “mai più guerre inutili” e considerare necessarie solo quelle che perseguono l’interesse nazionale, “bisogna distinguere le minacce dalle minacce esistenziali”. Ecco la differenza, la REALPOLITIK della nuova amministrazione. Con Obama non si parla di idealismo pacifista alla Wilson o di idealismo militarizzato alla Bush, ma di distinzione tra utile e inutile, pericolo esistenziale o meno.
    Per ora, non esiste nessuna minaccia esistenziale per gli USA. Anche se sanno che ogni egemonia avrà una fine e tentano di ritardare il declino rimangono una superpotenza distante anni luce dalle altre, e Obama l’ha capito.
    George_Bush_discusses_global_war_on_Terror,_September_2006     Official_portrait_of_Barack_Obama

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