Sul naso del mio futuro, massimo un paio di occhiali

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”La realtà virtuale è la piattaforma del futuro, cambierà le nostre vite”.

Zuckerberg sorride, un sorriso di cui dovremmo fidarci, quello di qualcuno che sembra sapere esattamente ciò che fa.
Ecco la cosa più interessante: in seguito alla condivisione di un’immagine sul profilo Facebook dello stesso fondatore, molti sono arretrati di un passo, quasi spaventati da ciò che tale foto lasciava presagire.
Un uomo che passa inosservato tra le poltrone della conferenza stampa di Samsung, al Mobile World Congress di Barcellona… e questo perché tutti i presenti indossavano un visore.

Nella mente di chi ha visto il nostro futuro in una foto, si è insediata una domanda, quasi come un fastidioso tarlo in un armadio.
”Siamo pronti per questo futuro?”
”Siamo pronti per questo futuro?”
”Siamo pronti per questo futuro?”

Fa abbastanza eco questo quesito, fa un rimbombo (troppo) apocalittico. La promessa di una vita che cambierà grazie alla realtà virtuale non sembra entusiasmare tutti allo stesso modo.

Da sempre, o per lo meno da quando ho la capacità di ricordare, nella mia vita ci sono sempre stati schermi: TV, computer, cellulari, cinema. E da sempre, anche oggi, ho avuto la possibilità di distaccarmi da questi, considerandoli sempre come porzioni limitate di realtà, possibili o impossibili. Ciò che vedevo, che fosse riprodotto o creato dal nulla, non mi ha mai separato completamente dalla realtà in cui mi trovavo, dai rumori che sentivo, dai profumi che percepivo o mi ha fatto pensare di non trovarmi dove effettivamente ero.

Mi chiedo se domani potrà ancora essere così. Forse la realtà virtuale per me è solo un pretesto per poter parlare di quanto oggi la nostra vita sia cambiata grazie alle nuove tecnologie, ai media, ai social.

Tornando al nostro argomento, se volete la mia, io non ci reputo assolutamente pronti, non ora e non per il futuro che alcuni hanno intravisto in quella foto. Perché dico così? Perché io ci reputo assolutamente inaffidabili sotto questo punto di vista. Saremmo capaci di abusare anche di questa nuova forma di realtà. Essa infatti, ha dei potenziali enormi, ma che oggi, a parer mio, non abbiamo capacità e consapevolezza per usare al meglio.

Mi faccio ”strano” da sola a dire questo, perché sì, io sono la prima che studia comunicazione, la prima che è affascinata dal mondo dei media e che ne è completamente immersa. Sono quella che pubblica un sacco di cose su Instagram, su Facebook. Una vita” costellata di post”, insomma. Criticatemi quanto volete, ma sono consapevole di questo, del fatto che sono nata con i social (o quasi), per fortuna o per sfortuna non so ancora.

Sono la prima che, forse, a volte ne abusa, condividendo e rompendo un po’ troppo le scatole con il mio profilo, ma non posso negare una cosa: so che essi non sono la mia vita reale. Per lo meno, non fino in fondo. Sono consapevole di ciò che rimane dentro e fuori da Facebook, che i colori che vedono i miei occhi non sono quelli dei filtri di Instagram.

Ho paura, che un giorno, tutto questo non sapremmo più riconoscerlo. Ho paura della realtà virtuale, perché è uno strumento che potrebbe renderci tutti invisibili gli uni con gli altri, ciò che potrebbe confondere la nostra vita vera.

Se usata ”male”, una maschera sugli occhi, potrebbe non farci più viaggiare con un passaporto, non ci farebbe più sentire la stretta di mano di qualcuno, non ci farebbe più maledire la sabbia che si attacca sotto i piedi quando usciamo dal mare, mentre raggiungiamo il nostro ombrellone.

Sarò tragica, ma sono sicura che ne abuseremmo, che la useremmo nelle nostre vite per evadere dalle nostre realtà, scomode o banali che siano. Come i nostri nonni evadevano con un gioco all’aria aperta, come noi da piccoli con un libro o giocando ad un mondo ”della fantasia” ( si, ho letto ”Il regno della fantasia” di Geronimo Stilton quando avevo sette anni, e mi ha segnato), voglio che i bambini di domani facciano lo stesso, ma non con un visore sugli occhi. Non voglio che un simulatore di realtà a loro sembri normale.

Un giorno, mi è capitato sotto gli occhi un servizio in tv, nel quale venivano intervistati dieci bambini, con età comprese tra i cinque e i dieci anni.
Ad una veniva chiesto: ”Mamma o papà ti leggono qualche storia prima di andare a dormire ?”
Risposta: ”Una volta, quando ero più piccola, si. Ora io e mio fratello scegliamo una fiaba sonora dall’iphone, lo mettiamo sul comodino e ci addormentiamo ascoltandola”. Io non scambierei mai il momento in cui mio papà mi rimboccava le coperte e mi leggeva un libro. Mai, con niente altro al mondo.
Una settimana fa, mi hanno rubato il Pc. Altra cosa che, se ci penso ora, rende bene l’idea di quanto la tecnologia sia ormai il prolungamento della nostra mano, della nostra mente. Beh, ho pianto come una bambina, nel pensare a tutte le cose che avevo perso e che erano state salvate sul mio computer. (Giuro, da domani più backup)
In ogni caso, era un oggetto, uno schermo, strettamnte collegato a me, alla mia vita. Uno strumento che faceva e fa parte del mio quotidiano. E ora, mentre scrivo e digito, mi rendo conto di quanto non voglio che lo sia più così tanto.

E soprattutto, non voglio che uno schermo, mi faccia finire dall’altra parte del mondo senza pensare a cosa mettere in valigia. Soprattutto se io stessa avessi la possibilità di comprare un biglietto, il tempo di prendere un aereo. Non voglio che, indossando una maschera, io possa vedere le stesse cose che vede il mio amico che vive, che ne so, in Australia. Non voglio visitare nessun posto se non è lui a mostrarmelo, se non è lì con me a sentire lo stesso sole, la stessa aria, lo stesso profumo. Non voglio e basta, se non posso farlo con i cinque sensi che sente lui. Quello non sarebbe essere vicini.

Anche se la vista è il senso dominante, da essere umano, ne ho altri quattro che vogliono la loro parte, che reclamano il loro diritto. Io non li spengo.

Quindi sì ai visori che possono aiutare, nel campo scientifico, medico, culturale. Sì al giusto peso di essi, si al riconoscimento che ciò che ci mostrano non è la vita vera. Sì alla consapevolezza che la nostra realtà, quella concreta, tangibile, è colori, sensazioni, profumi, odori, rumori, gesti. E’ accorgersi che qualcuno ti sta passando vicino, che sia Mark Zuckerberg o lo spazzino che pulisce le strade.

Immersione è tuffarsi in mare e bagnarsi, e non rimanere asciutti, a casa, mentre in realtà ci sembra di nuotare.

E voi? Vi sentite pronti? Vi fidate di chi siamo ora? Della nostra continua sete d’innovazione che ci fa chiudere ”il vecchio” in un cassetto? Di come siamo duttili al cambiamento e del nostro costante bisogno di evadere? Io no, non oggi.

Che poi, adesso che ci penso, non sarebbe strano trovarsi in una giungla e sentire mamma che vi urla dalla cucina: ”E’ prontoooooooooooooooooo!”, mentre un buon profumo di pizza arriva fino al salotto?
Non avete a che fare con una delinquente, qui non è più questione di ”O la borsa o la vita”, qui è ”o la giungla, o la pizza”.

E io corro in cucina.

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