Il culto della vittoria sta uccidendo lo sport

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Esiste una sottile linea che divide chi vince e chi perde. Una gara, una competizione o una finale. Non c’è differenza per chi cresce nel culto della vittoria e aspira in ogni ambito della propria esistenza a tagliare per primo il traguardo. Ce lo insegna la vita e la società moderna, schizofrenica macchina dell’avidità individuale mirata alla supremazia continua, ma è lo sport a farla da padrone in questo caso. E il doping, oggi, ha assunto le sembianze di un acceleratore della vittoria.

Le cronache degli ultimi giorni riportano a galla il caso di Alex Schwazer, marciatore azzurro trovato nuovamente positivo ad un controllo anti-doping dopo che nel 2012, pochi giorni prima delle Olimpiadi di Londra, nel suo sangue venne trovata l’eritropoietina, una sostanza che permette di aumentare il trasporto di ossigeno ai tessuti per migliorare la performance sportiva. La vicenda è ancora tutta da chiarire ma è proprio lì, in quel momento, quando premi lo stantuffo della siringa e le goccioline iniziano a fuoriuscire dalla punta dell’ago, che il culto della vittoria sta uccidendo lo sport. Il peso di dovercela fare a tutti i costi, la pressione di essere ogni volta davanti alla vita o alla morte, la consapevolezza che una vittoria possa cambiare tutto e la sconfitta possa condurti all’inferno. E’ qui che il doping pone le radici ed è qui che lo sport, sommessamente, celebra il suo funerale. In uno scenario nel quale anche l’opinione pubblica, e in questo caso i quotidiani, svolgono un ruolo fondamentale: il secondo classificato è infatti il primo degli sconfitti. E se invece fosse il penultimo ad essersi arreso? Questione di prospettive.

Esiste poi un tema, quello del segreto, che si lega in maniera indissolubile all’avanzamento del doping nel momento dello sport. Perché se tutti lo fanno e nessuno viene scoperto, allora sei tu il più fesso. C’è chi vince, chi viene fotografato con la medaglia fra i denti, e chi costretto ogni volta ad inseguire la coda del gruppo non vede mai la meta, schiacciato dalle pressioni di sponsor sempre più agguerriti. Per questo la storia insegna che le lacrime dei campioni sbugiardati davanti alle telecamere sono spesso fonte di rinascita per gli atleti stessi: non vedi quasi l’ora che la verità venga a galla per ripartire, a metà fra pentimento e voglia di rivalsa per essersi sottomesso al doping. Schwazer quattro anni fa esattamente come Lance Armstrong. L’americano fra il 1999 e il 2005 vince sette Tour de France consecutivi. Ogni successo è un’impresa titanica, macchiata dalle accuse di doping. Il ciclista le rigetta senza timore, fino al gennaio del 2013 quando in un’intervista a Oprah Winfrey, dichiarerà ripetutamente “Sì” alle domande circa l’utilizzo di sostanze dopanti quali eritropoietina, trasfusioni, cortisone e testosterone. Emblema che il segreto, custodito per anni dentro di sé, alla fine logora e la verità prepotente matura e pretende di uscire.

Il culto della vittoria è uno di quei mali che rischia di trasformare lo sport in una immensa fabbrica di robot: se non vinci, avanti il prossimo. Inevitabile dunque che in queste crepe si insinui il fantasma del doping. Bisognerebbe invece tornare ad insegnare l’arte della sconfitta come segno di maturità dell’atleta: se il mio avversario è più forte, merita gli onori della cronaca. Ma io ci riproverò ancora e prima o poi ti supererò. Ben Johnson, atleta canadese oscurato delle prestazioni di Carl Lewis, tagliando per primo il traguardo nella finale dei 100 metri ai Giochi Olimpici di Seul del 1988 alzò il braccio destro in segno di supremazia mentre segnava il record del mondo della specialità. Gianni Brera lo definì “l’ultima incarnazione di Ercole semidio, un superuomo che forse non appartiene alla nostra specie”. Tre giorni dopo, l’agenzia France Press batté la notizia della positività di Johnson. Non accettava l’idea di arrivare secondo e il culto della vittoria aveva appena fatto la sua prima illustre vittima.

 

Articolo di Simone Basilico.

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