Spettatori della Cellula del Terrore

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Spettatori della Cellula del Terrore, “qualcosa” ci dice che l’abbiamo visto già e che ci sia ancora da aspettarsi dell’altro. Angoscia e rabbia davanti alle immagini, un flusso di pietà che dagli occhi va dritto al cuore e dalla mente si approda alla paura che la Cellula del Terrore forse tra mesi, forse tra giorni, possa colpire noi, questa volta oltre lo schermo di una TV, puntando dritto alla vita delle abitudini, al respiro dei luoghi ricorrenti o nuovi, nei quali magari da poco si è arrivati.

Non ci sono modelli di comportamento infallibili contro la paura, né piani di emergenza tali da riportare indietro il tempo, da sottrargli date che fanno già parte della storia di un’umanità che continuerà a fermarsi e a tremare ogni qualvolta ci sarà occasione per ricordare o commemorare: 11 settembre, 13 novembre, 22 marzo.

La Primavera è iniziata nel buio, tra minuti di un silenzio assordante, che fanno male per il susseguirsi così esteso, tra bilanci impressi dal sangue, che ora reclamano giustizia, a partire dalla cattura di quel terzo figlio della Cellula del Terrore. Ma basta? I soggetti responsabili degli attacchi terroristici degli ultimi mesi sono stati partoriti in un paese che di fatto è la loro casa. Un’Europa forse un poco ostinata, diversa dal costume lontano (così poco occidentale) che questi hanno appreso prima per linea teorica e poi anche pratica; ma è la comunità che li ha cresciuti, nel contorno della loro preparazione alla morte. Sono i soggetti che “[..]si nutrono di una religione manipolata, della rabbia che nasce nella miseria. Individuarli, fermarli, cercare un dialogo: sembra una missione impossibile. Invece, è la scommessa del nostro tempo. ”

Mi torna in mente una parte di Parlare Pace, libro di Marshall B. Rosenberg pubblicato nel 2006, che suggerisce semplici dritte per creare la pace attraverso il nostro modo stesso di pensare, parlare e comunicare, muovendo dalla consapevolezza della complessità della natura umana. L’autore scrive che la pace richiede un comportamento assai più difficile della vendetta, del porgere l’altra guancia, poiché richiede di empatizzare, di dare empatia alle paure e ai bisogni non soddisfatti, che forniscono lo stimolo alle persone per attaccare gli altri. Sembra impossibile, a maggior ragione se “coloro che rendono la rivoluzione pacifica impossibile, renderanno la rivoluzione violenza inevitabile”(John F Kennedy); ecco perché è “la scommessa del nostro tempo”.

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