Sono giusta (per me)?

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Quando sostenevo che uno scrittore per potersi raccontare sinceramente ha bisogno di vivere non mi rendevo conto di quanto ci stavo vedendo giusto.

Non mi piace raccontare di qualcosa che non ho vissuto in prima persona e per un periodo di tempo che devo ancora decidere se si è concluso o no avevo l’impressione di scrivere sempre delle solite cose, con lo stesso stile, adoperando costantemente quelle due o tre espressioni che mi stavano tanto a cuore.

Banale.

Mi infastidiva.

Mi infastidisce.

Quindi, ho smesso di scrivere.

Mi sentivo come se fossi scollegata dalla realtà perché tutto quello che aveva un senso l’avevo condiviso con qualcun altro e più ciò che raccontavo prendeva forma per chi mi leggeva o per chi mi stava ad ascoltare, più i suoi contorni sfumavano per me.

Ho iniziato a non trovare più interessante quello che avevo dipinto sulla carta con dovizia di particolari, quello che qualcun altro aveva cominciato ad amare al posto mio.

Mi sentivo derubata.

Imbrogliata.

Credevo che lasciarmi scivolare addosso la vita gettando di tanto in tanto un occhio a quella degli altri potesse andare bene anche per me, lo facevano in tanti.

Credevo di avere già detto tutto quello che c’era da dire, scritto tutto quello di cui potevo scrivere.

Credevo di non potere essere più felice.

Dio, quanto mi sbagliavo.

Ho capito il vero significato di “frugare la folla con lo sguardo”.

Poi, ha cominciato a piovere – fortissimo, io nemmeno a dirlo stavo guidando – per poi smettere all’improvviso.

Era come se tutto quello che era corrotto fosse stato ripulito, sanato.

Tutto era tutto più nitido, ma della fragilità nemmeno l’ombra.

Tutto stava lì, in attesa di farsi sporcare di nuovo.

E anche io stavo lì, nitida.

Della fragilità nemmeno l’ombra.

Un ombrello verde che camminava poco lontano da me mi abbracciava con la voce.

“Non puoi essere giusta solo tu, serve essere giusti in due”.

Quanto è vero.

Quanto ho amato senza mai dire nulla, partendo dal presupposto che tanto non sarei stata corrisposta, che tanto non avrei mai potuto essere giusta.

E forse non lo ero.

O forse sì.

Delle volte cerco di spiegarmi la mia propensione a preoccuparmi per una sciocchezza che in confronto a tutte le figuracce, a tutte le idiozie che mi escono dalla bocca nell’arco della giornata, non è nulla.

Davvero.

Ho cantato a squarciagola in mezzo alla gente.

Sono scoppiata a ridere con uno sconosciuto che continuava a tagliarmi la strada.

Ho visto uomini in carcere tentare di perdonarsi mentre mi chiedevano di non giudicarli.

Mi sono arrabbiata e ho avuto paura, ho pensato tanto a quello che dicono gli altri di me e per questo per un po’ ho evitato di essere “troppo me stessa”.

Non si sa mai, mi ripetevo.

Che idea infelice.

Poi, ho capito.

E non mi importa se condividendo il mio segreto diventerà vero per voi e comincerà a sfumare per me, anche perché credo sia troppo tardi perché possa succedere.

L’ho fatto mio.

Quando mi ripetevo che non ero giusta, che non sarei stata corrisposta, mi sbagliavo.

Non mi accorgevo che stavo commettendo un terribile errore di valutazione.

Avrei dovuto smetterla di chiedermi se sarei stata giusta per qualcun altro.

Avrei dovuto cominciare a chiedermi se sono giusta per me.

Così mi sarei risparmiata tanta fatica e avrei potuto rispondermi di sì.

Dannazione, sì.

 

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