SocialMente: intervista a Francesco Alberici

Teatro-sociale-Aware

SocialMente è lo spettacolo d’esordio di Francesco Alberci e Claudia Marsicano. Entrambi diplomati alla scuola Quellidigrock, hanno fondato Frigo Produzioni insieme a Daniele Turconi.

“Un giorno o un anno di vita di due giovani totalmente alienati. In un’allucinazione continua scorrono i sogni di successo e gli incubi di fallimento di due soggetti desiderosi di essere ma incapaci di farlo.”

Note di regia

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Ho avuto il piacere di incontrare Francesco Alberici, autore e co-regista dello spettacolo nonché attore presente in scena insieme a Claudia Marsicano. Segue l’intervista.

Qualche giorno prima di venire a vedere il vostro spettacolo, sono rimasta colpita da una frase di Stefano Massini, il quale, in una videointervista inerente allo spettacolo Credoinunsolodio, diceva: “Ho sempre creduto che il teatro sia il luogo privilegiato ed eletto per la dissezione del reale”. Alla luce dell’esperienza SocialMente, quella riflessione si è rivelata profetica. La “dissezione del reale” di cui parlava Massini ha infatti preso forma, in modo sapiente, nella pièce che Francesco Alberici e Claudia Marsicano hanno messo in scena. Una forma tangibile, disvelatrice, in grado di esemplificare e rendere fruibile l’essenza di quella dissezione del reale a cui faceva riferimento il regista. In cosa consiste una dissezione del reale? Come si connota? Attraverso quali forme può prendere vita? Credo che SocialMente sia l’esempio di un’eccellente dissezione del reale.

In SocialMente l’efficacia di questa dissezione del reale è in qualche misura legata al fatto che ciò che si va dissezionando è un fenomeno della contemporaneità? L’alienazione derivante dall’uso dei social network, di cui, direttamente o indirettamente, avete fatto esperienza per immersione.

Lo è in misura trascurabile. Perché in realtà in Molière come in Goldoni, in Beckett, Pinter, Spregelburd, Cechov e in tutti i grandi autori teatrali, al di là dell’epoca in cui sono state scritte, le pièce parlano dell’umano che è una materia abbastanza costante all’interno dei cicli della storia: sta a chi affronta una certa opera trovare i ganci che possono essere nell’Avaro l’avarizia, la finzione in Goldoni, la ricerca dell’assoluto in Beckett. Dipende sempre dalla capacità del regista, dell’attore in scena e di chi affronta la materia, di prendere da quella materia degli elementi contemporanei. Secondo me un criterio affinché un lavoro teatrale sia valido e parli di qualcosa che è reale è il parlare di ciò che ti riguarda direttamente: si parla di ciò che si sa. Se io facessi uno spettacolo sul grado di corruzione nella chiesa… Non ne so niente, non mi riguarda, non ho mai frequentato le chiese. Se faccio uno spettacolo sull’alienazione, la solitudine, il distacco dalla realtà: io queste cose le ho vissute e quindi so di cosa sto parlando. Sono efficace nel momento in cui parlo di qualcosa che mi tocca, potenzialmente un attore dovrebbe sapersi far toccare da qualsiasi testo teatrale:in qualunque testo teatrale si possono trovare elementi che hanno a che fare con le proprie viscere.

Durante lo spettacolo ho avuto la sensazione che lo spettatore vi stesse particolarmente a cuore. In un certo senso ve ne siete presi cura: lo avete sollecitato ad uscire da sé, ad alienarsi con voi, ad abitare in quell’alienazione; sollecitazioni che culminavano in momenti ben precisi: il canto di Claudia, il tuo inveire contro la ragazza contattata in chat… Perfettamente controbilanciati da momenti che invece consentivano allo spettatore di recuperare e recuperarsi.

Noi abbiamo a cuore lo spettatore. Per noi il teatro è prima di tutto una forma di comunicazione: perché una comunicazione sia efficace è necessario comunicare bene. Questo non significa fare uno spettacolo didascalico né necessariamente lineare. Significa essere coscienti di ciò che vede il pubblico. Se io vado in scena, grido, mi strappo le vesti e dentro sento una marea di sensazioni ma allo spettatore non arriva nulla, è un problema: non sto comunicando, sto semmai masturbandomi. Il nostro lavoro è mirato a costruire dei prodotti teatrali  che siano delle strutture comprensibili su più livelli. Questa è una lezione che in generale il mondo culturale-artistico europeo dovrebbe imparare dal mondo culturale degli Stati Uniti. Un film dei fratelli Coen, ad esempio, è leggibile su vari livelli: prima di tutto è un film di intrattenimento, che può fare presa su un grande pubblico; in secondo luogo c’è una struttura formale molto precisa, che si ripete; ad un terzo livello c’è un discorso filosofico, portato avanti di film in film. Creare dei livelli di lettura è utile a raggiungere fasce di pubblico di tipo diverso e allo stesso tempo a stimolare il pubblico a salire nella comprensione in una fascia sempre più alta, in una sorta di percorso ascensionale. Da ragazzino mi divertivo guardando Il grande Lebowski, mi rendevo conto però del fatto che c’era qualcosa in più. Leggendo poi i saggi sui fratelli Coen e guardando più attentamente i loro film, ho iniziato a cogliere tutto uno schema di citazioni di Hitchcock, Kubrick Il nostro obbiettivo è quello di riprodurre questa stratificazione di livelli di lettura. Noi speriamo che SocialMente sia uno spettacolo non godibile solo per un addetto ai lavori ma anche per una persona che si trova per la prima volta a teatro. Uno spettacolo che ha l’obbiettivo di essere da un lato  divertente,inquietante e ben recitato, dall’altro, abbiamo costruito all’interno del testo uno schema molto raffinato, ad esempio su cosa sono la televisione e il frigorifero…

A proposito degli oggetti presenti in scena… Un divano, una televisione e un frigorifero. Oggetti pesanti e visivamente ingombranti, ancorati al pavimento del palco e al contempo ancoranti, in quanto sembra proprio che siano in grado di tenere e trattenere lì anche voi. Siete legati ad essi da una vera e propria simbiosi: oculare nel caso della televisione, epidermica per quanto riguarda il frigorifero e il divano. Una simbiosi esemplare, che mi ricorda quella esistente tra il protagonista dell’Avaro di Arturo Cirillo e la sua cassetta contenente i risparmi di una vita. Ho avuto l’impressione che gli oggetti presenti in scena determinassero le coordinate spazio-tempo del vostro moto, riducendovi alla stregua di satelliti. Mi piacerebbe sapere qualcosa in più sul frigorifero…

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E’ giusto dire che i tre oggetti di scena sono magnetici per i personaggi: per la maggior parte del tempo Claudia è attirata dalla televisione ed io dal frigorifero. Determinano il movimento dei personaggi in scena,è giusto, c’è proprio scritto nelle fasi iniziali di lavorazione. Sono vivi: la televisione ad un certo punto si accende da sola e il frigorifero è come se se li mangiasse, i due personaggi. Uno dei film di riferimento per questo progetto è Videodrome di Cronenberg, in cui i personaggi vengono assorbiti dalla televisione. Il frigo è stata un’intuizione: nello spazio in cui provavamo c’era un frigorifero già dipinto di blu, che era stato utilizzato per un altro spettacolo. Lo abbiamo salvato prima che potesse finire in discarica. Il frigorifero è archetipico: crea un’immagine che dai primi 3 secondi dello spettacolo rimane impressa. Un frigorifero con l’effige di Facebook. Perché un Frigorifero? Ci sono mille motivazioni. Se ci pensi, quando sei su Facebook, davanti al computer, sei davanti ad un elettrodomestico: è come se passassi il giorno davanti al microonde ad aprire lo sportellino e richiuderlo, aprirlo e richiuderlo. Poi è vero che il meccanismo di un computer ti permette di essere virtualmente in interazione con mille altre persone, però se un alieno arrivasse sulla terra ed entrasse in camera tua e ti vedesse ridere davanti al computer non si spiegherebbe il motivo per cui non hai le stesse reazioni davanti ad un frigorifero. Al nostro discorso di straniamento e di deriva nel grottesco serviva portare Facebook su un altro tipo di elettrodomestico: i due personaggi mettono la testa nel frigorifero ed è come se ibernassero la propria materia cerebrale. Di notte inoltre, chi è bulimico prende in continuazione cose da mangiare dal frigorifero: loro hanno lo stesso tipo di rapporto con Facebook, continuano ad andare lì, lo aprono, lo guardano, c’è qualcuno? In scena inoltre non ci sono finestre, l’unico punto di fuga virtuale è il frigorifero: è uno stargate per un’altra dimensione.

Lo spazio e il tempo in SocialMente.

SocialMente si svolge nello spazio mentale dei due personaggi. Anzi non abbiamo mai risolto una questione, perché desideravamo lasciarla aperta, potrebbe trattarsi della mente di una sola persona, loro potrebbero essere infatti i due lati di una stessa persona: l’uno dominato dall’ambizione di successo e l’altro da una serie di incubi relazionali. Quello che accade in scena non è mai reale: ci sono un sacco di contraddizioni rispetto a quella che può essere la narrazione perché nella mente le cose sono sempre distorte: si allargano e si stringono. Lo stesso principio vale per la temporalità dello spettacolo. Se ti chiedessi: che tempo occupa lo spettacolo? Potrebbe essere un minuto, un’ora, un giorno, un mese di vita di questi personaggi. Non ci sono delle linee temporali. Lo spettacolo è frammentato. E’ una giornata? Un anno? Non lo sai. Non c’è volutamente nessun riferimento.

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Durante lo spettacolo non mi è stato concesso di annoiarmi, neppure per un attimo. Complice forse il ritmo delle parole, delle azioni, delle emozioni. Quanto è importante il ritmo?

Il ritmo teatralmente è una cosa fondamentale: l’importante è che ci sia consapevolezza. Può essere velocissimo o enormemente dilatato, ad esempio i dialoghi tra i due personaggi erano volutamente lenti e, in via del tutto teorica, un tempo dilatato dovrebbe annoiare… Ma se c’è un ritmo nello spettacolo lo spettatore lo sente ed entra in quel ritmo.

Sarà di nuovo possibile godere dell’esperienza SocialMente? Se sì, quando?

Il 13 e il 14 Marzo 2016 al Pimoff. Secondo me è la sala teatrale più bella di Milano. Siamo felicissimi di portare lì SocialMente, fino ad ora è indubbiamente la sala con le caratteristiche che più si adattano al nostro lavoro: è nuova, tutta nera e ci consente di creare il buio totale.

 

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