“UNDER THE SKIN”: la vita è sotto pelle

Regia di Jonathan Glazer
Paesi di produzione: Regno Unito, USA, Svizzera
Anno: 2013
Anno di distribuzione in Italia: 2014
Cast: Scarlett Johansson, Adam Pearson, Paul Brannigan, Krystoff Hadek

Basato sul romanzo di fantascienza “Sotto la pelle” dello scrittore olandese Michel Faber (prima edizione nel 2000), “Under the skin” vede protagonista un’insolita Scarlett Johansson con i capelli neri e ripresa da telecamere semi-nascoste. Vi sembreranno dei dettagli di poco conto, ma in realtà è stata una scelta precisa del regista britannico Glazer (creatore di “Sexy Beast” e “Birth”), che alla 70esima mostra della biennale di Venezia disse così del suo film:
“Volevamo camuffare Scarlett Johansson, che è molto famosa, per proiettarla nel mondo reale o in un recesso un po’ isolato di quel mondo. L’idea si è imposta immediatamente, ancora una volta per suscitare quell’impressione di un essere in “visita” a un mondo che non è il suo. (…) ci sono scene che hanno funzionato molto bene, come quelle in cui Scarlett chiede indicazioni a persone reali e fa lavorare il suo fascino naturale senza essere riconosciuta.”

Vi avviso subito che questa mia recensione è una sfida a voi che leggete.
Io vi sfido a vedere questo film. Procuratevelo e prendetevi del tempo per voi. E se pensate che sia uno di quei film da vedere giusto per passare una serata senza morire dalla noia, allora non sprecate le vostre energie.
Vi occorrono concentrazione e una buona dose di curiosità.
Dunque: fin dalla prima scena, vi sembrerà di assistere a una sorta di rappresentazione onirica piuttosto disagiante e in generale di difficile comprensione, tanto da chiedervi “ma che razza di roba sto guardando?!”.
Una donna (Scarlett Johansson, per l’appunto), che sembra non avere origini né famiglia o amici, si aggira, alla guida di un furgoncino, per le strade di desolanti e piuttosto grigie cittadine scozzesi: le riprese in soggettiva simulano il suo sguardo, che scruta, con un certo senso d’urgenza, tutti gli uomini presenti sui marciapiedi.
Sarà forse una ninfomane in cerca di sesso? Una spacciatrice che cerca clienti? Una ladra pronta a derubare il primo credulone attraverso la seduzione? O sarà forse una trafficante di organi in cerca dell’uomo giusto da fare fuori e da cui prelevare ciò che le serve?
Dalla cupezza generale e dalla stranezza del soggetto (che nei primi 15 minuti di film non spiccica una parola che sia una), potrebbe benissimo trattarsi di una di queste opzioni, o più di una..o direttamente tutte assieme.
Ed ecco che finalmente si ferma per chiedere indicazioni stradali, richiamando l’attenzione di un ragazzo, che seduce ed infine invita a casa sua.
Quello che accade dopo, però, decisamente non è quello che ci si può aspettare da queste premesse. Per niente.
Quello che vedrete, e che si ripeterà varie volte con altri personaggi, non avrà nulla di umano (vi ricordo che stiamo parlando di un film tratto da un libro di fantascienza). Ma attenzione, in questo film non c’è violenza né odio, anzi c’è anche poco “contatto” tra i soggetti interagenti.
La mia, quindi, non è una sfida al vostro stomaco. Ma piuttosto alla vostra mente.
Potrei azzardare a dire che si tratti di metafore trasformate in immagini, cioè di un mondo suggestivo che fugge dai contenuti e dalle trame, con il solo intento di esprimere una sensazione, un stato dell’essere (o del non essere).
Ed è anzi lo stesso regista che disse: “Quando faccio un film non penso alle tematiche che affronterà, mi concentro invece sull’impressione che suscita in me la sceneggiatura e sull’impressione che ho voglia di trasmettere allo spettatore.”
La protagonista compie azioni inesplicabili ed è guidata da altrettante inesplicabili motivazioni. Tuttavia risulta limpida e cristallina nello scorrere del film la sua freddezza, o meglio, il vuoto che -non- la anima.
Un’incapacità di fronte alla vita, o più semplicemente all’interazione sociale, che risulta così chiara da fare spavento.
La donna, in ogni caso, non sembra essere sicura di quel che fa e si capisce bene nelle scene in cui guarda se stessa -per esempio di fronte ad uno specchio: è anche lei, come gli spettatori che assistono, ad osservarsi con incredulità e sgomento, pur non essendo animata da una moralità o da un qualsivoglia senso di colpa, che caratterizzano da sempre l’essere umano.
E’ la sua volontà di scoprirsi e capirsi che da motivo di esistere alla seconda parte del film, che, attraverso varie scene in climax, vi porterà a chiedervi, forse: “Ma cosa avrà sotto la pelle?”.
Se arrivate a quel punto, allora la sfida che vi ho lanciato avrà avuto un senso. E poi, nel finale, lo scoprirete per davvero.
Nelle scelte registiche di Glazer qualcuno ha rivisto un certo Kubrick (specie negli effetti sonori, creati da Mica Levis). Forse è stato solo un abbaglio, ma il film ha conquistato gran parte della critica, soprattutto quella inglese. Anche se il pubblico è stato in grado di fornire decine e decine di interpretazioni diverse, ognuna delle quali potenzialmente esatta, e al contempo potenzialmente sbagliata.
A voi, la vostra.

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