Se la F1 riscopre il suo lato amaro

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Morire a 25 anni ha dell’assurdo. Ancor più se accade mentre si sta facendo ciò che si ama e per cui si ha dedicato l’intera vita.

Jules Bianchi è morto a Nizza nella giornata di ieri. Non si era mai ripreso dal terribile e sfortunato incidente del 5 ottobre scorso a Suzuka, quando andò a sbattere violentemente contro un trattore che stava trasportando un’altra macchina incidentata.

A colpire, oltre alla giovanissima età, è anche una tragedia che torna, come un antico spettro, a infestare un mondo, quello della Formula 1, che quel fantasma credeva di esserselo lasciato alle spalle per sempre. Era dal Gran Premio di Imola del 1994, quando morirono l’austriaco Ratzenberger durante le qualifiche e Ayrton Senna in gara, che un pilota non subiva un incidente mortale. E’ la 35° vittima della storia della Formula 1, la prima da 21 anni.

L’avanzamento tecnologico e la crescente sicurezza degli abitacoli delle nuove monoposto sembravano aver azzerato il rischio, sensazione confermata anche dai recenti incidenti, dal 360° della Red Bull di Webber al clamoroso botto di Kubica (le cui conseguenze furono quasi nulle, la sua carriera di fatto finì su un auto da rally), fino al recente scontro tra Raikkonen e Alonso. Questa stagione dovrebbe essere, nelle intenzioni della FIA, la più sicura di sempre, grazie all’introduzione della “virtual safety car”, un limitatore di velocità che viene attivato dalla direzione gara in sostituzione della vettura di sicurezza, che limita i tradizionali svantaggi della safety car tradizionale, primo fra tutti l’azzeramento dei distacchi. Una piccola bolla polemica si era alzata solo ad agosto scorso, quando Grosjean tirò dritto, decollò e passò a pochi centimetri dalla testa di Alonso, a ricordare che il rischio zero non esiste. Eppure il dorato mondo del Circus sembrava infinitamente più sicuro di quello parallelo delle moto, ancora con gli occhi lucidi per la tragedia di Simoncelli in Malesia nel 2011 e per le altre vittime di incidenti mortali, molto più frequenti che nelle quattro ruote (Kato e Tomizawa).

Il lutto di oggi è particolarmente serio perché va a stroncare la vita di un talento vero. Bianchi, classe 1989, era entrato nel mondo delle corse con i kart a quindici anni, facendo già pregustare un brillante futuro. Dal 2008 sbarca in Formula 3, laureandosi campione del mondo l’anno successivo. Un successo che inizia ad attirare sul pilota transalpino le attenzioni delle grandi scuderie, in particolare la Ferrari, che lo inserisce nel suo Programma Giovani e gli concede il volante della F10 sul nuovo circuito di Yas Marina, ad Abu Dhabi, per testare gli pneumatici Pirelli. Nel 2012 diventa terzo pilota del team Force India, nella massima serie e a settembre, nei test dei giovani a Magny Cours, ottiene il miglior tempo al volante della Ferrari. I tempi sono maturi per il grande salto: la stagione 2013 lo vede partire come pilota titolare sulla Marussia, scuderia di fondo classifica motorizzata Ferrari. Nel Gp di Monaco 2014 ottiene i primi punti nella storia della Marussia, grazie a un ottavo posto (poi retrocesso a nono).

Il 5 ottobre 2014 si corre il Gran Premio del Giappone sulla pista di Suzuka. Adrian Sutil esce di pista a causa della pioggia ma i commissari decidono di non ricorrere alla safety car e di introdurre un regime di bandiere gialle alla curva incriminata. La vettura di Bianchi, a causa della velocità elevata e della scarsa visibilità, esce di pista nella stessa curva e va a incastrarsi contro il trattore che stava portando via la monoposto di Sutil. Da subito le sue condizioni sembrano molto gravi: viene operato per ridurre un ematoma al cervello e tenuto in coma farmacologico. Monta la polemica sulla direzione gara, difesa da Niki Lauda ma criticata da Jacques Villeneuve e Massa.

Per uno strano gioco del destino, è sempre al volante della Marussia che aveva rischiato la vita la collaudatrice Maria de Villota, che perse un occhio in seguito a un violento incidente e morì a distanza di mesi. Molte le coincidenze: due vittime per qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì in quel momento e di cui, ancora oggi, nessuno vuole prendersi la responsabilità.

 

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