Se Giovanna d’Arco torna alla Scala

Riccardo Chailly, © Gert Mothes

E’ stato lungo e tormentato il divorzio tra Giovanna d’Arco e Milano, come accade con i legami più intensi e profondi. Ma proprio quando la separazione è sofferta, si annuncia più trionfale la riconciliazione. Dopo 150 anni dalla sua ultima rappresentazione avvenuta a Milano, nel 1865, la Milano che l’aveva vista nascere 20 anni prima, il 7 dicembre 2015 la Giovanna d’Arco, opera settima di Giuseppe Verdi, va in scena al Teatro alla Scala, per la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier, direttore d’orchestra il maestro Riccardo Chailly.

Eccelsa ma poco rappresentata, l’opera rappresenta tuttavia una tappa imprescindibile nel percorso globale della musica verdiana. Come sottolineato dallo stesso Chailly in occasione della prova generale, al suo interno sono già presenti tutte le cellule musicali che segneranno la fase successiva di Verdi, quella più matura: richiami al Macbeth, al Requiem, al Don Carlo, persino all’eccezionale trionfo di Aida, s’intravvedono nella partitura, reinterpretata in chiave tutta milanese anche grazie alla disponibilità di nuove pubblicazioni.

E’ assai diversa da quella di Schiller, questa Giovanna d’Arco delineata nel libretto di Temistocle Solera, più asciutta, più essenziale, non disdegna un italiano antico, quasi arcaico.
Giovanna la santa, la pura, la mistica; Giovanna la donna, la guerriera, l’eretica, oggetto del desiderio ardente di re Carlo VII: nella rinnovata versione scaligera protagonista non è la beatitudine dell’ascensione, ma piuttosto l’umanissimo groviglio di eros e follia, il percorso verso la consunzione lenta e lacerante dell’eroina.

Del resto, c’è già tutta la grandezza di Verdi in questa “casella intermedia” della sua carriera: l’attenzione al dramma multiforme dell’umano, con un focus sul tema tipicamente verdiano del conflitto padre-figlia, ma soprattutto la straordinaria sintesi musicale, volta a rivelare come gli eventi in scena siano in primo luogo proiezioni mentali. Dal violoncello dell’ultima romanza di Carlo VII fino al fondamentale ruolo “transitivo” del coro a commento della vicenda, Verdi costruisce un reticolo impeccabile di valori e associazioni interne.

Non solo. Giovanna d’Arco è eroica anche in termini di vocalità (forse uno dei motivi che ne ha penalizzato la diffusione): è infatti un’estensione impervia quella che si richiede al soprano Anna Netrebko, chiamato a cimentarsi con una tessitura di note che lo stesso Chailly non teme di definire “criminale”.

In questo Sant’Ambrogio 2015 Verdi torna quindi alla Scala con un’opera certo inconsueta, sicuramente ardua, eppure ben radicata nel passato di Milano e del suo teatro, allo scopo dichiarato di ripercorrerne la storia e rilanciarne il prestigio. Ci riuscirà? Chailly è sicuro di sì. Noi stiamo per scoprirlo.

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1 Commento

  • Matteo Ravagnati ha detto:

    Interessantissima interpretazione dell’opera! Personalmente ho piena fiducia nell’opera in sé stessa e non solo nelle persone che materialmente – e fisicamente – suonano (od utilizzano) gli strumenti. Il repertorio italiano è vastissimo, motivo in più per eseguire opere meno conosciute, nello specifico l’estensione del soprano rende difficile l’esecuzione, ma, allo stesso tempo, affascinante!
    Matteo

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