The Room (2009-2016)

Buio apparente.
Soffitto basso.
Mi avvicino alle pareti nere.
Sono fogli.
Fogli verniciati e inchiodati al muro.
Parole in tempesta invadono l’oscurità.
Sì, ne rintraccio una in alto, una in basso, una al contrario.
Parole che compongono brevi frasi, oppure no.

petrolio

E’ solo l’inizio

Esiste l’alternativa ai giovani

Mi chiedo se esista davvero.
Eppure non ho tempo di chiedermelo, ho già captato

Cosa abbiamo imparato

lì, sulla soglia per dare un addio al contrario e
un benvenuto che non si osserva entrando.

E poi altre parole emergono luminose dai giornali
simulando ritagli ordinati, che mi ricordano una lettera anonima scomposta.
Una lettera anonima al mio paese.
E’ l’Italia percepita da Francesco Jodice,
assemblata in una stanza di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.
“Panorama” il titolo dell’intera mostra, fino al 14 Agosto 2016, curatore Francesco Zanot.

Obiettivo fra le righe, rieducare il visitatore alla curiosità. In parte anche alla facoltà di concedersi un istante in più alle opere esposte.
Opere che non sono fotografie come le si immagina.
Sono mutazioni sull’onda del tempo che passa. Tempo che determina cambiamenti in noi, in ciò che ci circonda e nei modi di esprimerci. Oggi come non mai.

Quindi perché dovremmo cercare la fotografia “tradizionale” quando la tradizione non è altro che continua metamorfosi?

Il visitatore non dovrà soltanto godersi il panorama, ma interagire con esso.

Passando di stanza in stanza mi imbatto
in libri di fotografie e didascalie da sfogliare,
in video che mostrano pedinamenti di persone in ambienti urbani disposti in schermi differenti che non fanno altro che confonderli e confondermi,
in immagini di un Mediterraneo solido che è diventato un luogo in cui salutare la vita per molti migranti,
in denunce attuali avanzate con il linguaggio dell’arte,
in un tavolo che si professa come laboratorio, luogo di congiunzione, di nascita dei processi che si nascondono dietro alle opere create, tavolo che immagino nonostante tutto più personale, e meno ordinato,
in ritratti di classe che sfidano il tempo, dove trovo Kurt Cobain far parte della scena anche se semplicemente impresso sulla maglietta di un ragazzino,
in Hikikomori, un video che è un frammento, una denuncia, una testimonianza, un atto di affetto, chissà?
in tre film documentari che mostrano modi di vivere differenti, gridano disastri ecologici e volti di centri urbani insostenibili.

Tutto questo, ci rivela Jodice, per essere catturato nella sua interezza occuperebbe ventiquattro ore del vostro tempo.
Tuttavia io entrando nella Stanza ho percepito che quella sarebbe stata la parte di panorama che mi avrebbe catturato di più, quindi credo sia possibile intercettare, seguendo la propria voce interiore, l’opera che sia L’opera.

Una Stanza che rimanda a una camera oscura che ha subito una metamorfosi,
una Stanza che allo stesso modo io posso immaginare di costruire scegliendo frammenti di giorni che descrivano la mia Italia.

In contemporanea CAMERA ospita Edward Weston. “Il corpo e la linea”.
Io la visiterei nel tempo libero, ma ventiquattro ore sono già prese da Jodice.

Stavo dicendo,
ah sì,
l’Italia.

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