Reddito di cittadinanza, a vantaggio di chi?

Reddito di cittadinanza

Queste sono settimane di grande incertezza: il dibattito aperto sull’immigrazione clandestina è più rovente che mai, con strenui difensori del gene italico che, secondo questi patrioti del terzo millennio, è molto più importante della vita di migliaia di persone disperate che cercano di approdare sulle nostre coste mettendosi nelle mani di scafisti senza scrupoli.

In questa querelle politica tra ipotesi di blocchi navali e richieste di aiuto all’Unione Europea sta prendendo piede una nuova corrente di pensiero, quella di chi propone l’introduzione del reddito di cittadinanza, ossia una busta paga erogata solo ed esclusivamente per il “merito” di essere nati nel nostro paese.

Io non lo so cosa possano pensare tutti gli italiani a proposito del reddito di cittadinanza, ma sinceramente questa elargizione gratuita stona non poco con i principi con i quali sono cresciuto. Fin da bambino mi è stato detto che viviamo in una società che si basa sul contributo che noi possiamo darle, e il primo articolo della costituzione mi ha sempre confermato tutto ciò. Se infatti l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, è quantomeno strano pensare che l’esservi nati sia condizione necessaria e sufficiente per venire automaticamente retribuiti.

Facciamo chiarezza: il reddito di cittadinanza è uno strumento che può avere effetti positivi, ma che ha anche innumerevoli difetti. Con questo stipendio del cittadino ci ritroveremmo a dover sostentare anche persone che nel nostro paese decidono di non lavorare e di non cercare neanche un’occupazione. In un paese in cui figli e nipoti fanno a gara per intascarsi la pensione della nonna anche dopo la sua morte, cosa possiamo pensare che succederà con il reddito di cittadinanza? Il lavoro sarà solamente un’opzione per “migliorare” il sostentamento automatico dato dalla nullafacenza? Il “bamboccione” di 40 anni potrà vivere ancora dalla mamma arricchendo anche senza fare niente il proprio conto in banca? Forse dovremmo tornare a pensare che nonostante sia una fatica, il lavoro per ognuno di noi deve essere il mezzo per vivere attivamente nella società, ciò che ci rende cittadini attivi e inseriti nel contesto sociale.

La situazione italiana non è rose e fiori, questo lo sappiamo benissimo, e c’è chi sta iniziando a trovare il proprio tesoro elettorale all’interno dello scontento degli italiani, che ha come capro espiatorio la questione dell’immigrazione. Recentemente l’On. Di Battista, schierato nelle file del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ha dichiarato alla Camera dei Deputati che gli italiani non sono razzisti, lo sono solamente quando sono scontenti, e che quindi l’introduzione del reddito di cittadinanza potrebbe essere una soluzione a questo problema.  Bene, io penso che la cosa più deprimente in tutta questa storia sia che Di Battista abbia ragione: purtroppo è vero, abbiamo ancora l’assurda convinzione che gli immigrati vengano a delinquere e a rubarci il lavoro.

Siamo però nel 2015, non credo sia ancora accettabile il fatto che il razzismo sia una condizione radicata nel tessuto sociale italico, e tanto meno non possiamo tollerare che per non essere razzisti gli italiani debbano ricevere un premio di accoglienza dato dal fatto che loro sono belli, bianchi ed europei mentre ai tanto temuti immigrati spettino solo la povertà e gli sguardi di disprezzo della gente.

Siamo però nel 2015, siamo in una società globale che il razzismo lo pratica in tutti i campi, a cominciare dall’economia e dall’industria, siamo in una società in cui almeno tra quelle che ancora si possono chiamare persone il razzismo non dovrebbe esistere.

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