Quattro coppie beckettiane in (-sieme con) Amore

Amore.

La parola eterna, indagata in tutte le sue forme, pronunciata, idealizzata, evocata, raffigurata.

La compagnia Scimone Sframeli l’ha sottratta alla sua effigie epica per rappresentarla, dal 2 all’8 Maggio, sul palcoscenico dell’Elfo Puccini nei suoi tratti più realistici e quotidiani, ma così realistici e quotidiani da mostrarne l’ironia amara.

La pièce teatrale – Amore, per l’appunto – vede in scena due coppie: due coniugi anziani e due pompieri omosessuali le cui storie, per assurdo (ma l’assurdo non è un caso), si incrociano.

Sembra quasi di vedere Beckett, nascosto dietro le quinte, che annuisce in segno di approvazione.

I richiami al drammaturgo irlandese, infatti, sono evidenti: la coppia, l’assurdità, l’ironia, ma anche la concezione di tempo e di spazio.

I quattro personaggi sono in un luogo imprecisato, che si presta ad essere un cimitero e insieme una camera da letto e, al contempo, sono estranei ad una qualsiasi collocazione temporale.

Sappiamo che il tempo è passato perché le coppie non sono più giovani e lo ripetono quasi in modo compulsivo costruendo una drammaturgia del ricordo, che si basa sulle loro memorie condivise quando ancora il desiderio permetteva l’intimità, per l’una; e quando la paura costringeva a nascondersi, per l’altra.

Sappiamo che il tempo è passato perché sul palcoscenico ci sono delle bare-letto in legno, pronte ad accogliere l’eterno silenzio di una verbosità anche ridondante.

Le coppie, infatti, ripetono le parole, a volte intere frasi, enfatizzando l’ironia e mettendo lo spettatore nella condizione di chi sta per indovinare la battuta.

L’effetto che suscita è quello di una risata che se nasce con un gusto tutto spontaneo, si smorza presto nel momento in cui la riflessione ne coglie l’amarezza.

Questo perché il lenzuolo non è semplicemente un lenzuolo, così come il fuoco che i pompieri hanno spento per tutta la vita non è semplicemente una fiamma da placare con un estintore e il pannolone non è semplicemente un pannolone.

Le parole, dunque, svuotate da un lato con le ripetizioni e, se vogliamo, con le banalità del quotidiano; si caricano di un significato riflessivo da saper leggere dietro le righe, riecheggiando quello che diceva Ferlinghetti a proposito della poesia: << Poesia è ciò che esiste fra le righe>>.

La vecchia signora, che non possiamo identificare con un nome perché i personaggi non ne hanno uno ma si riconoscono tramite i ruoli dati loro all’interno della società – moglie, marito, comandante e pompiere – è l’unica a pronunciare in scena la parola amore.

Il suo personaggio è forse il più coscienzioso e il più consapevole: lei sa che si stanno preparando ad un viaggio, sa cosa è stato in passato e lo ricorda benevolmente al marito.

Amore e morte, eros e thanatos – i topoi per eccellenza fin dal teatro greco – sono qui in una relazione indissolubile, rappresentati in modo spiritoso e per nulla semplice.

L’opera, dunque, per essere compresa, non va semplicemente guardata nella sua rappresentazione, ma intuita a partire da ciò a cui rimanda.

 

Amore
di Spiro Scimone
regia di Francesco Sframeli
con Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale e Giulia Weber
scenografia di Lino Fiorito
produzione compagnia Scimone Sframeli

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