I Promessi Sposi a teatro: un classico per tutti

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“Milano, nell’ottica del Manzoni, rappresenta ciò che la grande città negli anni a venire avrebbe significato per i suoi protagonisti: la speranza. Nell’anno di Expo 2015 abbiamo deciso di ripartire con la tournée proprio da qui, da una Milano che si fa epicentro della riflessione internazionale sui grandi temi dell’umanità”.

Queste le significative parole usate da Michele Guardì per annunciare il ritorno del suo ambizioso spettacolo teatrale “I Promessi Sposi – Opera Moderna” che, dopo aver segnato l’ottobre milanese con una serie di serate al Teatro Arcimboldi, prosegue ora la tournée nelle maggiori città d’Italia tra cui Napoli, Padova e Roma. Uno spettacolo dei record, quello basato sul testo teatrale di Guardì: 300 repliche e 3 milioni di spettatori per un’opera musicale che si propone di rivisitare in chiave moderna i grandi temi trattati da Alessandro Manzoni nel suo capolavoro. Un’esigenza di modernità tradottasi nel tentativo di dare un ritmo incalzante alla vicenda, scandendola con grandi quadri che vogliono rievocare gli episodi emblematici del romanzo, quelli incastonati nella memoria popolare.

La “popolarità” è certamente una caratteristica fondamentale dello spettacolo, allo scopo di rendere il classico manzoniano accessibile al pubblico più vasto possibile. Concorrono a questo scopo le scenografie stupefacenti, che enfatizzano il ruolo dei personaggi: una ragnatela gigante accompagna l’ingresso di Don Rodrigo, colui che non a caso “tesse” le sorti della storia spezzando il sogno dei due protagonisti, mentre una montagna di faldoni e carte funge da trono all’Azzeccagarbugli. Ammicca al pubblico anche la colonna sonora (realizzata da Pippo Flora), nella quale alcuni motivi orecchiabili e spesso reiterati vengono facilmente memorizzati dagli spettatori, quasi fossero invitati a canticchiarli.

13 interpreti di indiscutibile caratura artistica (Giò di Tonno, Noemi Smorra, Graziano Galatone, solo per citarne alcuni) sono affiancati da un corpo di ballo perfettamente a suo agio negli accuratissimi costumi di scena, diretto dal coreografo Luciano Cannito. Tutto ciò consente a questa “opera-rock” di raccogliere la sfida del testo di Manzoni, uno dei più complessi e sofisticati dell’intera letteratura italiana. Senza nascondere la finzione scenica, resa evidente fin dall’apertura del sipario quando i personaggi principali vengono presentati di fronte agli specchi da camerino teatrale, si cerca di rimanere il più possibile fedeli alla trama originale, pagando il prezzo della spettacolarità con qualche semplificazione di troppo, forse inevitabile in un genere così vicino al musical.

Non manca l’omaggio alla città di Milano, luogo dove “i sogni si avverano”: sì, lo slogan è un po’ trito ma piuttosto d’effetto. C’è spazio anche per la storia torbida della monaca di Monza, resa attraverso giochi di chiaroscuro e ombre che lasciano intendere senza mostrare davvero, esattamente nello stile del Manzoni più reticente. Infine, non poteva venire meno il richiamo alla Provvidenza, altro grande tòpos manzoniano che chiude la rappresentazione.

Il progetto è audace, tanto da non temere il confronto con l’autore che forse più di tutti ha saputo influenzare la cultura nazionale italiana; un’opera godibile e ben fatta, capace di rivisitare il classico letterario senza snaturarlo. Certo, ogni rivisitazione comporta modifiche, perdite, ridondanze. Ci sono anche qui, ma pare un compromesso accettabile se, alla fine, quel che ne esce è fondamentalmente un ottimo lavoro.

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