Perché il progetto “Nuvola Rosa” è intelligente ma non si applica

Nuvola Rosa - Aware

Il progetto “nuvola rosa” nasce dall’esigenza di avvicinare ragazze dai 17 a il 24 anni a mondi, quali quello dell’informatica, dell’ingegneria e della tecnologia -dove statisticamente l’impiego femminile è nettamente inferiore- attraverso conferenze, workshop e dibattiti con CEO e responsabili donne che lavorano proprio all’interno di quei mondi lì.

Dopo essermi a lungo documentata, sono giunta alla conclusione che è tanto buona l’idea, perché effettivamente basata su dati reali, quanto deprimente lo spirito con il quale viene promossa. Il perché in due punti:

  1. Il nome

Per quanto mi paresse lampante il riferimento al sistema di archiviazione dati Cloud con il “nuvola”, il “rosa” mi ha lasciato parecchio interdetta. Perché riferirsi al mondo femminile necessariamente con il rosa?

Sono piuttosto sicura che esistano a questo mondo tante donne ingegnere o aspiranti tali a cui piaccia il rosa e altrettante a cui farà schifo, ma il punto non è questo. Il punto è: se si utilizza il rosa per rappresentare il mondo femminile, si finisce necessariamente a far riferimento a tutta una serie di sottintesi stereotipati che stridono con i presupposti di un progetto che mira all’abbattimento delle differenze di genere in determinati ambiti lavorativi. Il risultato dunque non sarebbe solo controproducente, ma anche discriminatorio.

 

  1. “Non sapete cosa fare all’università? Non sapete cos’è un big data? Venite e magari trovate il vostro lavoro”: L’approccio.

Questo è il vero cuore del problema: obiettivo ultimo del progetto dovrebbe essere quello di portare la tecnologia dalle ragazze, non il contrario. Il fine costruttivo sarebbe dovuto essere quello di diffondere, nella maniera più capillare possibile, nozioni circa percorsi di studio che vengono presi poco in considerazione dal mondo femminile; invece qui pare che si punti tutto sul bisogno di dare “una spintarella” alle ragazze , viste forse come troppo timide per riuscire a fare quel determinato tipo di scelta da sole, insomma, si tenta di dare loro un mortifico incoraggiamento, un “sì, ce la puoi fare anche tu!” di cui sinceramente nessuno percepiva il bisogno.

 

Sostanzialmente il grandissimo errore di nuvola rosa sta nel voler far passare un messaggio che è lungi anni luce da quello della parità dei sessi all’interno di certi ambiti, o, ancora peggio, pecca nell’essere così fumoso negli intenti da essere percepito così. In questo articolo di Repubblica si tratta con entusiasmo del progetto perché:

“Ci vuole un tocco di rosa nella vita, ogni ragazza lo sa. Ma nell’epoca della connessione globale non basta indossare lenti o scarpe o borse color fragola: le sfumature dal pastello al corallo si abbinano bene anche al mondo dell’ICT. Che sembra grigio, maschile, ma non lo è.”

È umiliante come, per quanti sforzi vengano fatti per dimostrare il contrario, le ragazze vengono sempre e comunque rilegate all’ambito dell’accessorio, delle scarpe, dei pizzi, delle borse e del color fragola e di come si cerchi in maniera così beceramente maschilista di farle passare come troppo stordite da questo mondo così rosa da pensare al mondo dell’ITC.

Altrettanto sbagliata è l’ideologia secondo la quale servono menti femminili all’interno dell’informatica perché le donne ragionano meglio, sono più creative. Non è così. Uomini e donne hanno le stesse capacità di base, certo poi ognuno sviluppa diversa forma mentis e diverse skills, ma non è perché siamo migliori di loro se anche noi meritiamo il posto di CEO del Cern, ad esempio.

Ce lo meritiamo perché siamo uguali a loro, non perché ci piace il rosa o il grigio. Siamo uguali, perché nasciamo tutti con un cervello uguale, e se continuiamo a lasciarci dire di essere migliori o peggiori di qualcun altro solo perché dall’altra parte c’è qualcuno del sesso opposto, siamo punto e a capo.

 

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