Per me Van Gogh è

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Vincent Van Gogh nasce nel 1853 a Groot-Zundert, un piccolo villaggio olandese. Comincia a dipingere abbastanza tardi, nel 1880. Un genio in ritardo forse. Pensate se solo avesse preso in mano prima un pennello, quante tele in più ci avrebbe regalato. E’ anche vero che ogni cosa ha un suo tempo, che ognuna deve seguire il suo corso. Le cose non potevano quindi andare diversamente.

Quello che mi ha sempre lasciato di sasso di Van Gogh, è che era un uomo, almeno ai miei occhi, pieno di mistero. Ecco quindi che cercherò di disegnare i suoi contorni almeno in parte.

Per me Vincent è l’uomo della casa gialla: Sapete quando ci capita di entrare in fissa con qualcosa? Probabile che anche lui ne avesse una. Era una casa gialla, in cui egli aveva riposto tutto i suoi sogni e i suoi buoni propositi. Voleva infatti creare un circolo di pittori, un posto in cui molti di loro avrebbero potuto vivere insieme e fare arte. Lo stesso Gauguin, grande amico di Vincent, lo ha raggiunto per vivere una parte di tempo con lui, ad Arles.

Immaginatevi Paul che scende da un treno un giorno di ottobre, con la valigia in mano e Vincent contento come un bambino. Egli, che aveva ricevuto la notizia che l’amico sarebbe arrivato a breve, aveva fatto preparare la camera da letto di Gauguin. Una stanza bella, perché altro non poteva essere se piena di quadri che ritraevano girasoli. Immaginatelo, un uomo che non aveva avuto vita facile, tormentato da ansie e dolori,che per una volta davvero si ritrova ad abbellire casa, a prepararla per l’amico e pittore che riteneva avesse un potenziale artistico sopra ogni altro. Probabile però, che nessuno dei due avesse proprio un carattere mansueto. Gauguin era spaventato dalla disorganizzazione dell’amico, anche dal punto di vista monetario.

Due artisti in una stessa casa, che però erano diversi, come i posti in cui essi desideravano vivere: Gauguin cominciò presto ad odiare la Provenza e a sognare la Bretagna. Vincent desiderava invece rimanere in quelle mura, in cui probabilmente risiedevano tutte le sue ambizioni.

Rinchiusi in quella casa gialla da cui uscivano solo ogni 15 giorni per intrattenersi con alcune ”signorine”, cominciarono lentamente ad elaborare un rancore si manifestò nel momento in cui Paul decise di ritrarre l’amico all’opera. Eccovi la scena: Vincent seduto, mentre dipingeva uno dei suoi soggetti prediletti, ovvero i girasoli. Gauguin ha finito la tela, ma Van Gogh non tollera il risultato finale. Invece che trovarsi ritratto nel momento della pittura, si ritrova davanti ad un quadro che ritraeva i girasoli ”reali”. Un affronto! Nella sua testa, l’amico avrebbe dovuto rendere omaggio alla sua arte, e invece ha la sensazione che Paul lo abbia privato del ”suo” oggetto.

Come se voi aveste sempre dipinto, che ne so, biciclette. Amate quel soggetto, per voi rappresenta qualcosa di singolare, intrinseco di significato, e una domani qualcuno comincia a ritrarre biciclette. Io lo capisco Vincent, capisco il suo essere un pizzico permaloso, geloso di quello che è suo. E’ come se qualcuno si impadronisse di una piccola parte di quello che sei, senza però capirne appieno l’importanza.

Quella tra i due è un’amicizia strana, quella di due poli che non sanno incontrarsi davvero, quella di due geni i che vorrebbero toccarsi e fare qualcosa di straordinario insieme ma che non ci riusciranno mai.

Vincent per me è l’uomo dell’orecchio: O meglio, senza orecchio. Su questo ci sono sempre state versioni discordanti. Chi dice che fosse stata opera di Gauguin, ma che poi Vincent abbia raccontato di aver compiuto il gesto da solo, per coprire l’amico e convincerlo a non andarsene dalla casa gialla, chi invece sostiene che, durante una passeggiata notturna sia successo qualcosa di curioso: Gauguin si ritrova faccia a faccia con l’amico che tenta di aggredirlo con un rasoio. Sotto lo sguardo allibito del primo, Van Gogh decide di indietreggiare e scappare.

Paul decide così di lasciare Arles, stremato da quella convivenza. Appresa la notizia, Vincent si taglia l’orecchio, con l’intenzione di portarlo in un foglio di giornale ad una prostituta di nome Rachel.

Vincent per me è l’uomo del ”non mi dice niente”. Questa citazione, è stata presa da una lettera al Fratello del pittore, Theo. Sapete riferita a cosa? A uno di quei dipinti che oggi, consideriamo uno dei più grandi capolavori di Vincent: ”La notte stellata”. Ci penso spesso: le cose che scrivo, le cose che disegno, sono più belle e più sentite se le faccio quando sono, in un certo senso, triste. Quando si è felici si è spensierati, nulla ci importa, siamo leggeri. E’quando attraversi un momento un po’ più buio di altri che rifletti davvero, che la tua sensibilità più grande viene fuori. Questo quadro è stato dipinto nell’ospedale di Saint Paul de Mausole, dove il pittore aveva chiesto di essere ricoverato nel nel maggio 1889.E sarà proprio tra quelle mura che dipingerà alcune delle sue opere più celebri, come ”Iris” e ”Oliveto”. Penso anche un’altra cosa: le cose che faccio, quelle che metto su carta, non mi soddisfano mai davvero. Le reputo sempre un ”niente”, ma banalmente sono quelle che poi gli altri apprezzano di più. Mi piacerebbe sapere se questa è la stessa sensazione che provava Van Gogh.

Vincent per me è l’uomo che non voleva essere fotografato. Esistono infatti pochissime foto che lo ritraggono dal vivo. Abbiamo moltissimi autoritratti però, un viso con due occhi penetranti, l’espressione che ha qualcuno di diverso ma che non sa di esserlo. Un uomo sensibile, un uomo forse un po’ bambino, un uomo incompreso e spesso etichettato come ”pazzo” ma che usciva per vedere le stelle e sapeva di avere qualcosa di grande dentro.

Vincent per me è l’uomo del giallo cromo. Un colore che nei suoi quadri ritorna spessissimo, sopratutto nei famosi ”Girasoli”, nella ”La camera di Arles” o in
”Campo di grano con volo di corvi”. Pensate a quanto doveva brillare quel colore,appena steso sulla tela, fresco.

Vincent è l’uomo senza scatole. Egli infatti era dotato di uno stile assolutamente unico: non è riconducibile a nessuna corrente artistica vera e propria. Isolato in senso buono, nella sua irripetibile vena artistica.

Non sei calato in nessuna categoria Vincent, sei una cosa a parte, un uomo che non segue le correnti e senza etichette.

Vincent per me è l’uomo delle candele. Si dice che amasse dipingere di notte.
“Spesso ho l’impressione che la notte sia molto più viva e riccamente colorata del giorno”. Ecco perché si dice che avesse l’abitudine di attaccare, con alcune mollette, delle candele ad un cappello di paglia per rischiarare il buio del suo studio.

Nella mia mente lo immagino così, un uomo un po’ scapestrato, un po’ unico nel suo genere, disordinato, entusiasta a tratti e capace di saltellare per casa e un attimo dopo stanco e triste tra quattro mura gialle. Un uomo che però non aveva paura di essere vero, senza riserve quando era arrabbiato ed estremamente impulsivo. Un uomo a tratti flebile come un fiammifero che sta per spegnersi e a volte esplosivo, impregnato di cose che forse non capiremo mai fino in fondo, cose che possiamo solo stare fermi ed ammirare come si fa con un genio che senza follia non sarebbe tanto geniale.

Chiudete gli occhi. Cercherò di trasmettervi quello che vedo adesso.

Immaginatevi un uomo, seduto e chino su una tela. Tavolozza in mano, vedete poco di ciò che sta intorno. L’unica cosa che rischiara un poco il buio, che vi consente di vedere in parte la sua figura e ciò che dipinge, sono delle candele sul cappello che ha indosso. Concentratevi su quelle candele, sulla poesia che deve esserci stata in quella stanza in quelle ore. Io vedo quei bagliori diventare cerchi gialli, pennellate concentriche. Stelle in un cielo blu.. di fianco un cipresso alto e nero. Vedo QUELLA Notte stellata. Lo hai scritto tu, ”la vista delle stelle mi fa sempre sognare”.

Si, anche a me.

Auguri Vincent.

Ho esaurito le parole, vi regalo le sue.

Lettera a Theo:

Arles, 6 agosto 1888
Oggi stesso probabilmente comincerò l’interno del caffè dove abito, visto di sera con la luce a gas. È quello che chiamano qui un «caffè notturno», e restano aperti tutta la notte. I «nottambuli» ci possono trovare un asilo quando non hanno di che pagarsi un alloggio o quando non sono troppo ubriachi per essere ammessi. Tutte le cose, la famiglia, la patria sono forse più incantevoli nell’immaginazione, per noi che ce la caviamo abbastanza bene senza patria e senza famiglia, che non nella realtà. Ma a me sembra sempre di essere un viandante diretto a una qualche destinazione.
Anche un bambino nella culla, se lo si osserva con calma, ha l’infinito negli occhi.
… Se si sente il bisogno di qualcosa di grandioso, di infinito, di qualcosa che ci faccia sentire la presenza di Dio, non c’è bisogno di andare lontano per trovarlo. Penso a volte di vedere qualcosa di più profondo e di infinito, di più eterno che nell’oceano, negli occhi di un bimbo, quando si sveglia al mattino, e ride, perché vede il sole che splende sulla sua culla.
Comunque non so niente, ma proprio questo senso di non sapere niente rende la vita che viviamo paragonabile a un semplice viaggio in ferrovia. Si va svelto, ma non si distingue nessun oggetto da molto vicino, e soprattutto non si vede la locomotiva.

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