Omosessualità: quanti Eddy Bellegueule ancora?

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Vivere in Italia, cosa significa? Come viene recepito un libro che racconta l’omosessualità, “Il caso Eddy Bellegueule” di Edouard Louis, in Francia rispetto a casa nostra? Partendo da questo caso editoriale sono molti gli spunti che si possono ricavare sul tema più dibattuto di questi giorni. Essere gay è un’etichetta di diversità, per alcuni, ma forse ancora per molti; diversità che si diramano ancor di più da paese in paese. Perché? Per “la società”certamente, per “la mentalità”, per “un fatto d’educazione”. Fattori pregiudicanti, nel bene o nel male, ai quali ci si accosta o meno. Ma con quanto personale discernimento?

Il protagonista del libro si racconta, in primo luogo per comprendere meglio se stesso, dopo aver fallito nella sua impresa più grande: diventare come gli altri. Motivo di vergogna e disgusto per i propri genitori, picchiato, violentato, deriso fino a 19 anni, decide di evadere e poi di raccontare il suo incubo.

In questi casi l’incomprensione della società viene dopo il rifiuto dei genitori che non accettano la sessualità del proprio figlio, o forse quel rifiuto è perfettamente correlato ai dettami della società, diventandone lo specchio. La classe operaia francese è lucidamente descritta da Louis-Eddy come un insieme di gente omofoba, razzista, tragicamente disposta al male a causa dell’ignoranza e della miseria. E oggi? L’omofobia è giustificata dall’ignoranza e dalla miseria? Può in generale essere forse giustificata?

L’Italia, da sempre ritenuta non neutrale in materia, proprio per la presenza di una componente ecclesiastica forte, rappresentata dal Vaticano, ha avuto una svolta proprio da questo: Papa Francesco con il sinodo straordinario sulla famiglia del 2014 ha “aperto” per la prima volta le porte della chiesa agli omosessuali, volendo garantire loro piena fraternità nelle comunità cattoliche. Ha ribadito però che le unioni fra omosessuali non sono equiparabili al matrimonio tra uomo e donna.

Da ieri il Senato ha iniziato a votare la legge Cirinnà sulle unioni civili, che consente alla coppie non sposate (etero e gay)  di godere di tutti quei diritti legittimi che prima d’ora non hanno avuto, organizzando finalmente la loro vita in comune. Oggi Massimo Gramellini nel suo Buongiorno su La Stampa ha scritto: “Quanto al temuto articolo 5 sull’adozione del figlio del partner, non è il cavallo di Troia per l’utero in affitto, ma il tentativo di risolvere una questione che riguarda poche centinaia di coppie omosessuali con cui vive un figlio rimasto privo dell’altro genitore biologico. Nell’ipotesi di morte del genitore superstite, è preferibile che il bambino rimanga nella casa e tra gli affetti in cui è cresciuto o che cominci il gioco dell’oca degli sballottamenti e magari degli orfanotrofi? Anche in questo caso la risposta è suggerita dall’amore. E l’amore non è mai contro natura. ”

Il tema dell’omosessualità trabocca di considerazioni e voci e non sempre è obiettivamente possibile ritenerne giuste alcune ed errate altre, il limite dovrebbe essere tracciato dalla sensibilità o, ancor di più, dal recupero della filantropia. Molti si fermano alla tolleranza della sessualità del singolo ma, quando entrano in discussione temi come il matrimonio o le adozioni, fanno un passo indietro. Certo è che si tratta di questioni delicate che né un particolare decreto, né una predisposizione, personale o collettiva che sia, potranno assestare. Però del fatto che gli individui (cittadini di uno stato) siano uguali bisogna prenderne atto e tutelare a dovere i diritti che a questi spettano.

 

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