Omaggio a un grande poeta

Omaggio a un grande poeta - Aware

Giovanni Pascoli, il Peter Pan di fine Ottocento

... e la zappa la lasciamo al contadino!

A due settimane dalla ricorrenza della morte di un grande poeta, spesso ingiustamente banalizzato, mi piace ricordare così questo piccolo grande scrittore ma prima ancora grande uomo.

Giovanni Pascoli con la sua poesia allusiva, pura, sincera, come espressione dell’ingenuità e del meravigliarsi del “fanciullino” dinanzi al mondo, incarna un ideale di libertà, perdono, pace e fratellanza tra i popoli che si contrappone alla lussuria, alla violenza, al tono esaltato e al dominio insiti in una società in trasformazione come quella di fine Ottocento (visione proposta invece da D’annunzio). (Carlo Salinari in “Miti e coscienza del Decadentismo”)

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La visione comune che si ha di Pascoli è quella di un poeta vecchio, stanco, probabilmente appoggiato ad una zappa in mezzo ai campi, intento a rifettere sulla vita e a comporre versi.
 Lo si pensa come un poeta tormentato, lacerato, che scrive “poesiole” semplici, quasi infantili, proponendo scene di vita quotidiana forse per evadere dai suoi dolori.

In realtà Giovanni Pascoli “non è uno spirito pacato, ma pacificato” dice Attilio Momigliano in “Storia della letteratura Italiana”, 1955.
 Il suo passato di dolori e sofferenze emerge nei suoi componimenti e dietro all’apparente banalità dei suoi versi si cela tutta l’amarezza di una vita malinconica e di un passato angosciato, travagliato a causa di lutti familiari e alla privazione del suo “nido”.

E così “l’aratro senza buoi, che pare dimenticato, tra il vapore leggero” (Myricae, “Lavandare”, 1891) simboleggia l’uomo che è solo, abbandonato, che non può più fare affidamento su nessuno, o la “Sua” Sera allude chiaramente alla morte, al senso di caducità, all’irrequietezza dovuta alla sua consapevolezza che nulla è per sempre.

Questa analisi del Pascoli non deve, tuttavia, indurci a leggere le sue poesie alla luce di un pessimismo leopardiano. 
Pascoli non è pessimista, è un uomo forte, che ha sofferto, che ha raggiunto una consapevolezza di sé tale da meditare sul grande problema della vita e intorno al problema della morte con gli occhi di un “fanciullino”.

E’ dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, […],ma lagrime ancora e tripudi suoi.” (Giovanni Pascoli, “Il Fanciullino”, 1907) 
Dentro a ognuno di noi vi è un fanciullino, uno spirito puro, innocente, ingenuo, capace ancora di meravigliarsi e di stupirsi di fronte alla monotonia del quotidiano e a tutto ciò che ci circonda continuamente, capace di vedere il mondo sempre con occhi nuovi, come se ogni giorno fosse la prima volta. Capace di imparare da ciò che si è abituati a dare per scontato, capace di cogliere l’essenza di tutte le cose.

Da adulti questa “preziosa infantilità” viene meno e il passare del tempo si fa pesante e l’attesa della morte diventa opprimente. 
Il poeta è colui che “non diventa mai grande”, che riesce anche da adulto a sentire il “tintinnio segreto” che risuona nella nostra anima.

Pascoli, dunque, contempla con sguardo tranquillo la storia, il suo passato, la morte, trovando nel silenzio dei campi, nella sua terra e nelle piccole cose, la certezza della sua esistenza: una poesia pura, sensibile, semplice come sono i bambini, come sono i poeti.

Una “vera” e “nuova” poesia, dunque, quella pascoliana, come espressione di una purezza d’animo che non vuole nascondere nulla, al contrario, si mette “a nudo” mostrando tutte le cicatrici e le lacerazioni.
E con la sincerità dei suoi versi, Pascoli si pone come “il Peter-Pan di fne Ottocento”: un fanciullo che non vorrebbe mai crescere, assolutamente consapevole del valore del passato e del peso della storia.

Decadente? A modo suo! 
Non mi piace defnire Pascoli decadente. Non solo, perlomeno. 
La sua poesia è sì allusiva, irrazionale, musicale, ricca di analogie e simbologie come sostengono i cardini del Decadentismo, ma è anche vero che il motivo del disfacimento della società e del crollo della civiltà in Pascoli sono inseriti in un contesto molto più ampio, nel quale le vicende personali del poeta si mescolano con quelle della storia e insieme imprimono sulla carta un ideale forte: di libertà, amore, pace, fratellanza che trasforma la zappa del “poeta-contadino”, nella bandiera di un “poeta-vate”, non solo decadente, ma anche propositivo.

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