Non sarà il primo maggio a salvarci (o si?)

Quarto Stato

Io il primo di maggio lavorerò: è questa la frase che si sente ripetere da moltissime persone, specialmente negli ultimi anni. Lo dice lo spazzino, lo dice l’autista degli autobus e lo dice il commesso del supermercato. Io il primo maggio lavorerò, e neanche tanto di malavoglia, perché alla fine tutto sommato mi pagheranno molto di più di quanto la mia normale busta paga preveda.

Ecco, è da un semplice spaccato di vita quotidiana che bisogna partire per capire se e perché sia importante nel nostro paese la festa dei lavoratori: dobbiamo capire perché mentre le autorità sindacali si indignano, la base del paese non sempre è contraria a svolgere turni di lavoro festivi. Questa scena si ripete in tutte le nostre città, in tutte le nostre vie e nei nostri quartieri. Io so solo una cosa, so che il primo maggio non lavoro, ma per un tacito accordo con un collega che ha ottenuto, almeno quest’anno, la paga festiva, la paga più consistente che l’anno scorso era toccata a me.

Io so che questo mio collega questa mattina alzerà la serranda del bar e farà le cose come si fanno tutti i giorni, so che i vecchi del quartiere neanche si accorgeranno di un altro giorno che è passato sul loro rugoso calendario e, imperterriti, chiederanno il primo bianchino già alle 8, primo maggio o meno. Loro se lo meritano, loro hanno lavorato tutta la vita. So che il mio collega a fine mese potrà concedersi qualche sfizio in più rispetto alla sola costrizione di pagare la bolletta della luce, so che magari ci uscirà con la fidanzata, oppure le farà un regalo.

Forse io sul primo maggio, anche dopo tre paragrafi in cui ne parlo, non ho ancora capito niente, ma forse invece qualcosa l’ho capito. Ho capito che ormai se non sarà la tua serranda ad alzarsi sarà quella del vicino, ho capito che continuiamo a parlare dei diritti dei lavoratori ma non abbiamo ancora parlato del diritto di lavorare quando pensiamo che per la gente sia più utile, ossia quando trarremo maggior guadagno dal nostro mestiere. Ho forse capito che è sacrosanto difendere un lavoratore che la domenica vuole stare a casa, ma è anche legittimo pensare a chi nella paga festiva vede l’unico metodo per uscire dalla sussistenza perpetua imposta dal costo della vita.

Sia chiaro, questa non è un’invettiva contro quelli che nella festa del lavoro ci credono, forse io non ci credo abbastanza. Oppure ho iniziato a credere troppo nel nuovo stile di vita del tutto e subito: in quello stile di vita per cui se ho voglia di marmellata di arance alle due di notte mi basta scendere al supermercato sempre aperto, ma tanto se sto male dovrò aspettare un’ora per l’ambulanza. In quello stile di vita per cui mentre noi pensiamo ogni secondo a quello che potremmo volere, c’è sempre qualcuno pronto a soddisfare il nostro desiderio lavorando, tanto poi i ruoli saranno invertiti e saremo noi a servire quel cassiere mezzo assonnato che non sappiamo se stia guardando peggio noi o la marmellata di arance.

Forse il primo maggio è passato di moda, forse non lo è mai stato e si è camuffato con l’aria di una tranquilla garanzia del fatto che ci sia qualcuno che lavora per farci lavorare, forse non ci sono motivazioni per non credere nel primo maggio. Forse chi ci crede è libero di festeggiarlo, e chi ormai, per ideologia o necessità, non ci crede più è libero di lavorare.

Forse buon primo maggio

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