Non ancoriamo la tradizione.

Piccoli frantumi in vetro giacciono a terra.

Un’ancora ha appena infranto una lastra di vetro, all’apparenza così solida e sicura di sé.

Sono al Padiglione Italia della Biennale Arte di Venezia.

In realtà no, sono nella mia cucina di Milano e sto semplicemente leggendo degli appunti.

Quest’immagine catturata quel 21 novembre scorso, però si sovrappone alle parole intrappolate nel mio quaderno.

Appunti che sono dei frammenti di uno dei quattro incontri di antropologia di “Poliedrico itinerario”, progetto che coinvolge l’associazione culturale Elda Cerchiari Necchi e l’Università degli studi di Milano. Quattro incontri curati da Stefano Allovio, professore di Antropologia culturale del Dipartimento di Filosofia e da Chiara Rosati.

Da dove si comincia? L’antropologo C. Kulckhohn scrive che “il giro lungo spesso è la via più breve per tornare a casa.”

Si parte quindi per la Nuova Caledonia, per un viaggio nel Pacifico fra i Kanak interpretati da Renzo Piano. Per poi fare un salto nel tempo negli anni ’60 negli Stati Uniti con la voce di Bob Dylan in sottofondo.

La Nuova Caledonia è un’ala d’Europa che si è intrufolata nell’Oceano Pacifico nel 1853 con la colonizzazione francese di quelle isole.

I Kanak, gli abitanti di quell’angolo di mondo per quasi cento anni cittadini francesi privi di cittadinanza.

Il Centro Culturale Jean Marie Tjibaou, progettato da Renzo Piano a partire dal 1991, è un complesso che sorge alle spalle della città di Nouméa, si presenta perfettamente armonico con la natura.

Sono i Kanak ad esserne protagonisti, ma il centro si occupa di limitare il ruolo dell’arte tradizionale. Vuole celebrare l’arte senza imprigionarla in una visione passatista.

Ciò, è forse un paradosso?

La risposta deve essere subordinata al secondo incontro, che in realtà è stato il primo.
Cambio di voce. Adriano Favole, professore di Antropologia Culturale dell’Università di Torino, che ci ha raccontato dei Kanak, lascia il suo posto a Marco Aime, professore di Antropologia culturale dell’Università di Genova.

Si cambia Oceano.

Si torna indietro nel tempo a cercare emozioni.

Chiudo gli occhi e sono lì, quel 17 maggio 1966. Sono al concerto di Dylan, che canto con le mani verso il cielo e improvvisamente dietro di me un suono. E’ una voce che grida “Giuda, Giuda”. E non riesco a capire. E’ a me che si rivolge. E’ all’icona che si rivolge?

Bob Dylan conquista la scena musicale degli anni Sessanta professando il folk.

Sono anni, i suoi, in cui si contestava scendendo in strada e non a colpi di tweet dal divano. Anni in cui la musica era continuamente scossa da innovazioni. Anni in cui si cantavano poesie vere.

Armonica e chitarra, ballate adattate. Questo avevano reso Dylan l’icona riconosciuta. Il Dylan tradizionale non avrebbe dovuto trasformare il folk in rock.

Non avrebbe dovuto, davvero?

E’ a questo punto della storia che subentra la risposta antropologica.

La tradizione non è qualcosa di statico. Inerte. Immodificabile perché ancorato al passato. La tradizione sopravvive solo se è continuamente resa attuale. La tradizione è trasfigurare l’arte tradizionale. Reinventare la propria storia è l’unico modo per consentire a questa di rigenerarsi.

La tradizione è infrangere quel vetro compatto e trasparente per cercare poi di ricomporre quei frammenti dispersi a terra. Ricostruendo quella lastra non uguale a se stessa. Qualche sovrapposizione, magari, oppure spazi vuoti. Lasciando quell’ancora nell’angolo più prossimo per poterla riutilizzare non appena la tradizione cominci di nuovo ad essere relegata in quel luogo comune che in realtà non è la sua dimora.

E questo osservare atri mondi e modi di vivere non fa altro che trasformarsi in una riflessione sulla mia Italia. A cosa sia tradizione per la mia Terra, per la mia regione, per la mia cultura. A come morirà il futuro se continueremo a sorreggerci soltanto sul nostro passato.

L’immagine dell’ancora prende di nuovo il largo.

Gli anni Sessanta sono finiti da un po’.

Non sono più in Nuova Caledonia.

Il giro lungo mi ha riportata in fretta a casa.

E’ all’Italia che sto pensando.

https://associazioneeldacerchiarinecchi.wordpress.com
http://www.dipafilo.unimi.it

Claudio Parmiggiani, Senza Titolo. 1997-2015.
Biennale Venezia

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