“Mustang”: la voce turca inascoltata agli Oscar

 

Regia: Deniz Gamze Ergüven
Paese di produzione: Turchia – Francia
Anno: 2015
Cast: Güneş Şensoy, Doğa Doğuşlu, Elit İşcan, Tuğba Sunguroğlu, İlayda Akdoğan
Se allunghiamo il collo, là dove il mare manda le proprie onde ad est delle innumerevoli isole greche, incontriamo uno dei paesi più articolati e affascinanti della storia, ovvero la Turchia. Da sempre terra di transiti, è stata tra le culle della civiltà occidentale del mondo antico. Con la conquista del suo territorio da parte dell’Impero Ottomano, però, la Turchia ha subìto nei secoli una massiccia trasformazione, che ne ha cambiato i connotati culturali, sociali e religiosi: dal XV Secolo, lingua, abitudini, religione della maggioranza della popolazione turca hanno iniziato a basarsi sul sistema dei paesi arabi; a discapito soprattutto di minoranze etniche e religiose preesistenti quali gli armeni, i curdi e i cristiano assiri. Un’ultima enorme spinta di ulteriore miscelamento e stratificazione culturale è arrivata poi sul finire della prima guerra mondiale, con il relativo collasso dell’Impero Ottomano: il paese affidò le proprie sorti e la propria rinascita a Mustafa Kemal, anche chiamato dal popolo Ataturk (“Padre dei turchi”), il quale avviò un processo di modernizzazione della società, dei costumi e delle istituzioni, che, nella storia, ha davvero pochi precedenti. Si cambiò l’alfabeto persiano-arabo in quello latino e si ripristinò il vocabolario turco originale; l’uso di vestiti tradizionali arabi – come per esempio il velo per le donne – fu reso facoltativo; si sostituì al calendario arabo quello gregoriano, si abolì la poligamia e, infine, si introdusse un nuovissimo codice civile basato su quello svizzero, che introdusse, tra le altre cose, il diritto di voto per le donne (anche prima di alcuni paesi europei, tra cui Francia e Italia). Ataturk ha dato così il via ad una nuova era per la Turchia, soprattutto perché da quel periodo in poi, sino ad arrivare ai giorni nostri, essa si è sempre più avvicinata all’Europa, la quale è passata da essere “un miraggio” senza speranza a un continente vicino, concreto, del quale un giorno non lontano poter far parte.

In tali intricati contesti, la popolazione turca continua a crescere, cambiare e (ri)valutarsi, mostrando spesso una disparità sempre più accentuata tra la generazioni passate e quelle presenti, tra chi detiene ancora i poteri decisionali (Erdogan, su tutti) e chi dal basso spinge per rientrare a tutti gli effetti nel mood europeo del progresso e dell’innovazione – e che contesta concretamente l’abuso della censura, la negazione del genocidio degli armeni, il misconoscimento della minoranza curda, un’inadeguata salvaguardia dei diritti umani e, in generale, un’atmosfera ancora troppo conservatrice.

Grande fervore, poi, ribolle tra chi, in Turchia, vuole comunicare il proprio malcontento per mezzo dell’arte: caso emblematico della situazione odierna è “Mustang”, della turca naturalizzata francese Deniz Gamze Erguven, alla sua prima esperienza come regista. Il film, che ha girato numerosi festival internazionali – tra cui Cannes e Toronto, è stato largamente apprezzato un po’ ovunque, aggiudicandosi premi Cezar e nomination come Miglior Film Straniero sia ai Golden Globe che agli Oscar 2016.

 

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Siamo in un villaggio sperduto all’estremo nord della Turchia, dove, assieme alla nonna e allo zio, abitano cinque sorelle, dai 12 ai 17 anni circa: Lale, la più piccola e sorprendentemente la più ribelle; La silenziosa Nur; Ece, la sorella di mezzo e la più inquieta; Selma, la seconda in termini di età, eppure la più remissiva; e infine Sonay, la più grande, la più “donna”, la più fiera. Cinque sorelle nel pieno della scoperta di se stesse, nel pieno di quella vitalità che si scatena un po’ in tutte le persone, in tutte le ragazze, che attraversano quel periodo della vita: una scoperta continua di come si è e di come si sta cambiando, di ciò che forse si vorrebbe fare ma ancora si ha paura ad affrontare, o, capita, si affronta istintivamente, senza pensarci due volte. Un periodo strano, quello dell’adolescenza, ma altresì estremamente importante, estremamente bello.

Tuttavia, la carica energetica – quasi alchemica – che creano insieme le cinque sorelle, spaventa la gente del paese, custode indiscussa della tradizione e del buon costume. Le ragazze stanno crescendo. E si vede. Suona così il campanello d’allarme, un chiaro segnale nelle menti dei familiari – e soprattutto dell’uomo di casa, lo zio – che temono uno sviluppo “sbagliato”, soprattutto “incontrollato” e incontrollabile, cioè libero, delle sorelle.

“E tutto cambiò in un battito di ciglia”, ci avverte la voce di Lale fuori campo. Niente più scuola. Niente più uscite. Niente di niente. Chiuse in casa, vestite con tuniche informi, ad imparare i lavori domestici. Le sorelle vengono così segregate tra quattro mura, che generano non tanto claustrofobia, quanto piuttosto una sconfinata tristezza dell’essere, un’apatia destinata ad avvolgerne l’esistenza, un massiccio sconcerto di fronte a ciò che, a loro, non pare essere possibile. Ma le regole sono regole, le decisioni sono già state prese da chi di dovere: ognuna dovrà sposarsi, a tavolino, e così sistemarsi in un’altra casa. La divisione delle cinque avviene, in successione, con una fatale cronologia; anche se per ogni sorella assistiamo ad una reazione diversa, che rispecchia la personalità di ciascuna. Così su ognuna di loro possiamo scommettere un certo grado di ribellione, che se per una verrà vanificata, per un’altra verrà conquistata, tenacemente, con una lotta destinata a risollevare lo spettatore nell’atto finale.

Pur non essendo un film troppo originale (molti lo hanno paragonato a “Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola), Mustang risulta essere la voce di una generazione che cambia, anzi che è già cambiata.

E’ la voce flebile, ma intensa, della libertà.

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