Motherland. Reazione contraria.

Istanbul

Scrive Italo Calvino: “ La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta anche alle divagazioni a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.”

La rapidità è una delle sei proposte per il prossimo millennio racchiusa nella raccolta Lezioni Americane. Questo concetto è applicato alla letteratura, ma trasferibile anche ad altri ambiti che prevedano la costruzione di una storia.

Ana Yurdu (Motherland), della regista turca Senem Tüze, è stato uno dei film proiettati il 17 marzo in occasione dell’inizio del 23° Sguardi Altrove Film Festival di Milano, dedicato alla regia femminile. Questo film nella sua lentezza mi ha aiutato a comprendere l’importanza della rapidità tanto cara a Calvino. Una rapidità mentale più che fisica. Una capacità di rendere un racconto versatile. Nulla di tutto ciò ho trovato in Motherland.

Scopo del film? Grande interrogativo.

Indagare cosa può nascondersi dietro ad un rapporto madre-figlia?

Indagare la situazione in cui una giovane donna vedova incorre in uno stretto villaggio della campagna turca?

Indagare sul legame fra il così detto blocco dello scrittore e la vita che non procede?

La soggettività di ogni singola persona che era con me in quella sala dello Spazio Oberdan avrà individuato altre cento domande simili o dissimili a quelle che si sono affacciate alla mia mente una volta uscita di lì.
Il mio giudizio riguardo questa storia è dettato da troppe cause esterne che inevitabilmente lo hanno crocefisso in qualcosa di troppo statico.

In una resa.

Una protagonista che non reagisce non è il genere di eroina che posso tollerare. Una resa evidenziata dagli ambienti, dai suoni, dai personaggi che compaiono progressivamente. Arrendersi alle situazioni negative non significa affrontarle. Affrontarle significa guardare negli occhi il problema che ci spinge a trascinarci piuttosto che a vivere e sconfiggerlo. Significa prendere quella valigia rossa riempita in fretta e partire. Significa reagire.
La mia eroina riesce a fuggire dai propri turbamenti provocati sia dalla sua interiorità sia dal mondo esterno, è una donna che riesce a costruirsi un mondo all’interno di tutto ciò che la circonda. Ritagliarsi il suo spazio, cercare ciò che le consenta di esprimersi, di individuare i suoi talenti in quel miscuglio di attitudini che ogni essere umano possiede. Non immagino una paladina della libertà, ma una donna con in mano il proprio destino.

In conclusione allora il senso di questa storia è per me esigenza di contestare e non giustificare la resa. Che sia nella vita, che sia nel lavoro, che sia nella malattia, perché quella valigia rossa a volte deve essere imbarcata nella stiva di un aereo per far sì che il viaggio cominci davvero.

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