Morte di Danton, il fanatismo della purezza

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Non oseranno. Anche se gli animi si surriscaldano, le divisioni si acuiscono. Non oseranno. Anche se i realisti sono sconfitti ma il popolo è insaziabile, e vuole la morte di “chi non ha buchi nella giacca”. Non oseranno, anche se la Rivoluzione è degenerata nel Terrore e, dopo aver abbattuto i nemici, come un mostro ingordo, ha preso ad ingoiare i suoi figli.

Non oseranno, si ripete George Danton, mentre percepisce la morte addosso, mentre la ghigliottina affetta uomini come a scandire così il ritmo dei mesi.

E invece, osarono.

Mario Martone, dopo aver mirabilmente composto il poema cinematografico di un altro grande dell’Ottocento come Giacomo Leopardi, si accosta al dramma che Georg Buchner concepì per il teatro a soli 22 anni, nel 1836, sull’onda dei bollenti spiriti rivoluzionari. Una grandiosa produzione del Teatro Stabile di Torino che torna in questi giorni al Piccolo Teatro di Milano, facendo memoria della storica versione del 1951 curata da Giorgio Strehler.

Al centro di una scena puntellata da un maestoso sipario che si apre e si chiude quasi a segnare lo stacco dell’inquadratura, sul palco giganteggiano Giuseppe Battiston e Paolo Pierobon, rispettivamente nei panni di George Danton e Maximilien Robespierre, contornati da una schiera imponente di oltre trenta attori perfettamente immedesimati nelle fazioni che si fronteggiarono all’epoca, parteggiando per l’uno o per l’altro, strattonati dal popolo infuriato.

Morte di Danton, epopea tragica di un uomo grande e misero, è un’opera che dimostra come il fanatismo non sia una scoperta dell’oggi, ma ponga le sue radici in tutte le ideologie cieche. Il terrore senza Virtù è tirannia, ma la Virtù senza Terrore è impotente: questo grida dal pulpito dello Stato Robespierre l’incorruttibile, ossessionato dal Vizio, prigioniero di una retorica fondamentalista che spingerà uno dopo l’altro alla forca tutti i compagni di quel glorioso passato.

Sfilano dunque, come in una lenta ma inesorabile discesa agli inferi della ragione, tutti i grandi protagonisti della Rivoluzione, Robespierre e Danton, Saint Juste e Desmoulines, il puro e il rinnegato, il giacobino e il popolano, padroni e schiavi di una sommossa destinata a cambiare per sempre il pensiero d’Occidente. I personaggi si accalcano sullo sfondo sontuoso, la folla cresce e con essa la sete di sangue, mentre una lugubre Marsigliese accompagna il funerale degli ideali.

Così cade Danton l’indulgente, invischiato nelle spire di un progetto nato per la libertà e marcito nel dispotismo. Così muore Danton il gaudente, perso nel sogno irrealizzato di una repubblica in cui ognuno “possa godere a modo suo, purché non goda a spese di un altro”.

Così, tuttavia, Danton continua a parlarci, reduce della Storia, spirito sopravvissuto ad una Rivoluzione che finì per divorare se stessa. Non era un incorrotto, Danton, non era un asceta. Era un uomo. Buchner ce lo mostra così, imperfetto e sornione, per ricordarci che sono i puri, gli eletti, gli intransigenti, il pericolo: sono loro che, in ogni secolo, paiono uomini, e invece si riveleranno bestie.

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