“Mommy” e tutte le madri di Xavier Dolan

Regia: Xavier Dolan
Paese di produzione: Canada
Anno: 2014
Cast: Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon

“La cosa peggiore che si possa fare ad un ragazzo malato è credersi, o crederlo, invincibile. Non è che si può salvare qualcuno solo perché lo si ama. In questo, l’amore non c’entra nulla”

Questo è ciò che viene detto a Diane Després, eccentrica 46enne e madre di Steve, dalla direttrice di un istituto di recupero per giovani problematici. La donna, rimasta vedova da qualche anno, viene costretta a riprendersi in casa il figlio, poiché al centro di recupero è stato da sempre protagonista di episodi di violenza o insubordinazione, determinandone l’inevitabile incontrollabilità. Sta a Diane, ora, assumersi nuovamente le responsabilità di una madre con un figlio problematico a carico, il quale, ufficialmente affetto da deficit di attenzione ed iperattività, sembra destinato a travolgere come un tifone qualsiasi situazione di pace e tranquillità, trasformandole in un batter d’occhio in un mix di violenze incondizionate e gesti d’amore plateali. “Mommy”, Premio della Giuria a Cannes 2014, è un film che parla del rapporto tra Diane e Steve, tra una madre e un figlio, tra l’anelito di una vita normale e un inusitato (ma forse non troppo) rapporto d’amore parentale.

Ambientato a Montréal, ovvero in Québec, la parte francese del Canada, il film è stato scritto e diretto da Xavier Dolan, un giovane promettente regista – anch’egli canadese- che già in molti definiscono “geniale”. Non solo per le originali scelte estetiche e in generale registiche, che regalano un senso di freschezza e novità, ma anche e soprattutto per i temi affrontati, che sono pregni di significati contrastanti e suggestioni infinite. “Geniale” anche per la sua giovane età e per la sua già brillantissima carriera: classe ’89, inizia sin da bambino come interprete di numerosi spot pubblicitari; continua poi come attore e doppiatore, fino a che, nel 2008, all’età di 19 anni, realizza il suo primo lavoro da regista: “J’ai tué ma mère”, ovvero “Ho ucciso mia madre”, tratto dalla sua sceneggiatura semi-autobiografica scritta a 16 anni. Un ragazzo precoce, dunque. Anche perché da questa sua prima opera, alla sua ultima, Mommy, di film ne ha fatti altri tre –Les Amours imaginaires, Laurence Anyways, Tom à la ferme– collezionando numerosi premi internazionali. Qualcuno l’ha paragonato, più o meno scherzosamente, all’altrettanto precoce cineasta Orson Welles, che al suo tempo ha fatto la storia del cinema classico.

Ma ritorniamo a Mommy. Questo film, più che seguire le vicende dei personaggi che lo animano, li osserva da vicino, ne accarezza le fragilità e ne studia i comportamenti. L’attenzione ai dettagli, anche e soprattutto quelli meno indicativi ma più commoventi – una collanina, lo smalto sulle unghie, le pieghe di una camicia, i tasti di uno stereo, un colore particolare- risulta preziosissima e regala alla pellicola un fascino tutto suo. Uno degli elementi originali ben riusciti, è il particolare formato dell’immagine, volutamente portato a 1:1: un’inquadratura stretta che non si vede mai nei film, i quali sono sempre in 16:9 o 4:3. E’ la prima volta che si rende graficamente, attraverso il taglio del formato immagine, ciò che va di pari passo nella mente e nel cuore dei personaggi. I movimenti, i pensieri, le azioni, i desideri, sono soffocati in un “quadrato”, a marcare gli aspetti più atipici del rapporto tra Diane e Steve, a tratti colmo di dolcezze e positività, a tratti arrogante e straziante, sino a sfociare in violenze sia verbali che fisiche (seguendo anche una condotta vagamente erotizzante ed incestuosa).

Tra i due, infine, si inserisce un’altra figura femminile, Kyla, una vicina di casa in anno sabbatico, che, dopo un evento tragico di cui non ci vengono forniti dettagli, ha smesso di insegnare a causa di una balbuzie piuttosto invalidante. Kyla è il perfetto personaggio mediatore, il terzo elemento che stabilizza un rapporto altrimenti troppo polarizzato, che si rivela di fondamentale importanza non solo per un’inaspettata felicità dei personaggi, ma anche ai fini di una fantastica riuscita del film, che, pur prendendo pieghe decisamente drammatiche, preserva un sempiterno senso di stupore verso la vita.

LA (MIA) INTERPRETAZIONE DELLA FIGURA MATERNA

Nel suo primo film, Dolan, di cui è anche il protagonista, “uccide” metaforicamente la madre (interpretata, tra l’altro, dalla stessa Anne Dorval che interpreta Diane in Mommy), odiandone ogni singolo comportamento e pensiero sino ad arrivare a ciò che, negli anni, la psicoanalisi ha studiato approfonditamente, e cioè un necessario –anche se straziante- distacco del figlio dalla figura materna di riferimento. Solo riconoscendosi “altro” da chi ci ha accuditi per tutta l’infanzia, possiamo realizzarci in quanto entità individuali ed adulte, identità uniche ed indipendenti. Paradossalmente, così, un film dal titolo inquietante come “Ho ucciso mia madre”, distruggendo la figura materna (che si trova sotto accusa anche in maniera esasperata ed ingiusta), rappresenta la controparte “sana” di quel rapporto madre-figlio che in Mommy, invece, sembra prendere pieghe irreparabili. Non a caso, Diane viene avvertita sin dall’inizio: l’amore incondizionato, ch’è tipico di una madre, non garantisce affatto una crescita pacifica dei propri figli, ma anzi può finire per condizionarne l’intera esistenza, nel caso essi, arrivati a un certo punto, non riescano più a rinunciarci.

Diane rappresenta benissimo quella Demetra della mitologia classica, dea della fecondità e della fertilità, prima fautrice dell’antica società matriarcale, in cui la massima importanza ricadeva sulla madre. Demetra era anche la prima fautrice di democrazia, in quanto fondava l’esistenza umana sul principio materno di “amore incondizionato” verso tutti i suoi figli, a prescindere da effettivi meriti o demeriti personali. Garantiva l’uguaglianza, la convivenza pacifica, il benessere fisico ed affettivo coltivato nell’ambiente iper rassicurante del nucleo familiare. Tuttavia, come Demetra dava tutto, poteva anche togliere tutto. Anzi, questo era il suo unico modo di agire. Ed era questo, al tempo, il lato irrazionale del matriarcato, come può esserlo, oggi, di un rapporto madre-figlio. Soprattutto quando si tratta di figli profondamente fragili come Steve, che hanno difficoltà a capire dove inizia la propria autonomia mentale e dove finisce l’amore per la mamma, la quale diventa facilmente una fissazione pericolosa, che alimenta una possessività disperata e disperante.

Ma c’è una cosa che può distruggere l’idea di matriarcato, e cioè il suo contrapposto patriarcato: società celebrativa del padre. A prendere il posto di Demetra è Apollo, Dio delle arti e fautore, all’opposto, della gerarchia, dove prevale la razionalità di una struttura piramidale. Quella razionalità che in Mommy prende spazio in una legge (di finzione!) del governo Canadese, grazie alla quale i genitori in difficoltà con figli problematici possono far sì ch’essi vengano internati, senza troppe procedure, in un ospedale psichiatrico.

E così, quando i figli diventano ingestibili e si fa fatica ad amarli, seppur a malincuore, l’amore materno deve cedere alla razionalità. Demetra si stringe per far posto ad Apollo. Diane “abbandona” Steve, con la speranza che un distacco favorisca uno svolgersi “normale” della vita e che il tempo curi le ferite, di tutti e per tutti.

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