Milano (da chi ci è nato)

Voglio amare Milano

ma sono stufo di cercare le istruzioni

Ecco la controparte, ecco il peso da mettere sul secondo piatto della bilancia. Ecco la visione di Milano proposta da uno che ci vive, proposta da uno che, volente o nolente, ha “dovuto” imparare ad amare la propria città. Comincio premettendo che amare Milano non è propriamente difficile, ma serve rispettare alcune fondamentali istruzioni per muovervisi, per sfruttarla al massimo, per viverla oltre l’apparenza che possono trasmettere i classici abitanti imbruttiti, la frenesia imperante e i molteplici problemi che ancora la affliggono.

Innanzitutto va fatta una premessa: tutta Milano soffre di un dramma psicologico enorme, ossia quello di essere la città italiana più europea, se con questo termine intendiamo una varietà enorme di culture, un grande rispetto delle tradizioni diverse e un’avanguardia nel determinare le tendenze. Tutto ciò però arriva a ridurre Milano ad una città che rincorre sé stessa in una ragnatela fatta da dieci settimane della moda diverse, cinquanta workshop sull’utilità dei pomelli in ottone dei letti anni ‘3o e da milioni di eventi dove, diciamocelo, la gente accorre in massa solo sperando di poter accaparrarsi un calice di spumante e una tartina senza sborsare una lira.

Ecco quindi la prima istruzione: se volete amare Milano andate oltre queste “settimane a tema” che sono solo accozzaglie di eventi che provano a sembrare salotti buoni per il futuro di moda e design ma si riducono a fare da collante tra quelli che in “queste cose” (ammetto l’ignoranza nel campo) ci credono e quelli che sperano di trovarsi in mano for free un  alcolico qualsiasi, ma nel cuore preferiscono ancora una tovaglia a scacchi e le pappardelle della nonna rispetto ad un poverissimo finger food decorato da un’agonizzante fogliolina di rucola.

Una volta che ci saremo staccati da questo stereotipo modaiolo potremo indagare più a fondo le occasioni che Milano offre a chi (per scelta o per necessità) ci vive. Innanzitutto Milano è una città aperta a tutti, lo è dagli anni ’60 quando dal sud Italia arrivarono migliaia di persone in cerca di lavoro e lo è ancor oggi quando vediamo membri di ogni etnia convivere all’interno dello stesso sistema, ognuno con il suo spazio vitale ma anche con uno spazio aperto alla condivisione della propria esperienza. Milano è quindi di conseguenza una città democratica, che arriva quasi a nascondere sé stessa per dare spazio alla storia di chi ci è in qualche modo “arrivato”, testimonianza di questo fatto sono le migliaia di ristoranti ispirati a migliaia di cucine nel mondo e le poche insegne ad esporre la dicitura “tipica cucina milanese”. 

E forse è proprio questo il punto: in tanto tempo Milano si era quasi annullata sotto la massa di identità che doveva avere per soddisfare tutti, Milano aveva perso la voglia di essere concubina di mille stili, di mille mode, di mille lingue e di mille colori senza mai sposarne uno. Allora la seconda regola per amare Milano è data da un’evoluzione del tessuto sociale che si è palesata relativamente pochi anni fa: Milano è una tavolozza di colori che va apprezzata nella sua completezza, che va sfruttata nei suoi luoghi di ritrovo dal centro fino alla periferia, Milano tra l’annullarsi e l’esplodere in tutte le sue sfaccettature ha scelto la seconda via. Da ciò si è originata la mia città, la città che amo e che forse mi ostino anche troppo a difendere.

La mia Milano è inevitabilmente anche periferia: dall’anziano immigrato del Bangladesh che vende cover per telefonini in piazza, mentre parla sei dialetti seduto con i vecchi della zona fino ad arrivare ai bar dei cinesi aperti quasi ventiquattr’ore, che hanno regalato di nuovo ai residenti dei luoghi per ritrovarsi, per parlare, semplicemente per vivere. Dalle case popolari coi muri scrostati alle proiezioni cinematografiche all’aperto in quegli stessi cortili; perché qui, lontano dalle boutique di Montenapoleone, dai musei e dalla movida, non ci si arrende ancora. Non ci si rassegna a vivere qui perché troppo poveri per un loft in via Tortona, si vive qui perché quando si ama la propria città se ne ama ogni centimetro, a prescindere dai problemi che ci possono essere, a prescindere dal fatto che ci si possa sentire qualcosa di separato da quello che succede a poche fermate di metropolitana da qui.

Ma tornando ai motivi per amare Milano, ritengo che tra i più importanti ci sia anche il fatto che qui nessuna passione venga trascurata. Per ogni carattere c’è qualcosa da fare, per ogni persona il posto giusto. Trovo anche eccezionale che il Comune ogni settimana elenchi sui social tutte le iniziative, gli incontri, le manifestazioni che avverranno nel weekend, in modo da rimanere sempre aggiornati (da veri imbruttiti) su tutto ciò che succede e si può fare. Quindi la terza regola è: FAI CIO’ CHE TI PIACE, TI VERRANNO DATI TUTTI GLI STRUMENTI PER FARLO! A Milano i muri vengono destinati alla street art, le piazze diventano luoghi per cenare tutti assieme, le fabbriche abbandonate diventano luoghi d’avanguardia, sempre per il fatto che Milano non ha tempo di invecchiare.

Capisco però il disagio di chi si trova in una città come questa senza le necessarie istruzioni. So già che questo articolo non risulterà chiaro a tutti, me ne scuso, ma appena parlo della mia città il mio cervello entra in una sorta di euforica entropia per cui la mente viaggia molto più velocemente delle mani sulla tastiera; forse mi chiarirò, forse invece lascerò costruire un percorso sensato da questi miei vaneggiamenti solo a chi lo vuole. Sicuramente continuerò ad amare Milano, proverò bene o male a trasmettere questo mio amore al maggior numero di persone possibili ma scusate un secondo, prima devo trovare un buco per parcheggiare la macchina! A presto.

 

IMMAGINE: il mio scorcio preferito di Milano, la chiesetta di San Cristoforo sul naviglio; perfetta se contemplata dal ponte con in mano un cono della vicina Gelateria della Musica

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