A-men: la crisi va in scena

Siamo di fronte ad una crisi.

Religiosa, di valori, economica (vabbè..), esistenziale.

Parola d’ordine è crisi. Come fare ad uscirne?

Al teatro Ringhiera, fino a qualche giorno fa, Walter Leonardi tentava di suggerirci una via di fuga in “A-men. Gli uomini, le nuove religioni e altre crisi”.

Un monologo ironico e sottile che vede un uomo solo, disoccuppato e dedito anima e corpo al divano, incapace di trovare un appiglio per dare senso alla sua vita.

Il suo viaggio alla ricerca della fede lo spinge, inizialmente, tra le braccia della religione dove crede di colmare la sua mancanza con il sentimento spirituale.

Cattolicesimo? Islamismo? Nessuna delle due si addice al suo bisogno imminente.

Si apre così per lui la possibilità di diventare l’adepto di una nuova confessione, un credo che non lascia nessuno escluso e che promette (tra le poche cose) testosterone e senso di appartenenza ad una curva di uomini sbraitanti: il coro dei tifosi.

Neanche questo sembra adatto al suo caso.

Ci vuole di più.

Così ci è dato entrare in uno spaccato paesano o di quartiere che tutti conosciamo e non per sentito dire, ma perché almeno una volta nella vita ci siamo inciampati: il bar abitato ventiquattro ore su ventiquattro dai vecchietti. Quelli che cominciano tutte le frasi con “Ai miei tempi..” o con “Una volta..” e le concludono con un’ invettiva contro i giovani d’oggi, peggio se immigrati.

Purtroppo neanche l’ode ai vecchi tempi riesce a smuovere qualcosa nel suo animo.

Perché non passare a mantra, buddha, hippy e chi ne ha più ne metta? Devo dire che qui ho avuto un momento di confusione, un po’ sopraffatta dalla risate un po’ intenta a decifrare personaggi dagli strani gesti. In ogni caso, poco importa perché nessuno riesce a risvegliare il nostro anti-eroe che continua a perseverare nell’indolenza sprovvisto di valori in cui credere.

Ecco che forse ne arriva uno. Magari è una donna che manca; magari è l’amore il sentimento che regge tutto.

Nel 1856, Marx scriveva “L’amore per l’amata, per te, fa dell’uomo nuovamente un uomo“.

Qui la profondità della riflessione si unisce all’ironia dando forma ad un fantoccio caratterizzato da un lungo velo rosso con cui ridere insieme al pubblico.

Di fatto, però, anche l’amore finisce, o così ci vuole far credere la nostra versione attuale dello Zeno sveviano.

Quindi cosa rimane da fare? Rivolgersi alla luna, che ha tanto ispirato i poeti e gli artisti dei secoli passati e attendere il suo suggerimento di onnipresente.

Ma la luna, si sa, non ispira gli inetti.

Il monologo allora acquista spessore e chiama in causa il padre, al tempo stesso individuale e collettivo, che ci ha costretti a vivere in questa terra senza lasciarci le istruzioni per l’uso; che ci ha creati non avvisandoci che avremmo sofferto e che avremmo dovuto per tutta la vita cercare il nostro posto nel mondo.

Arrivati fin qui, dovremmo aver finito.

Insomma, ricapitolando: religione, calcio, passato, filosofie di vita, amore, luna, padre. Cosa manca?

Manca un rito sacrificale, a ciò che, ai nostri giorni, possiede uno dei più grandi valori della società e per la società: la tecnologia.

In particolar modo quella che ha plasmato il Dio supremo Steve Jobs.

Allora al dramma e all’impotenza subentra un rito dissacrante sulla falsa riga del credo cristiano, a cui il pubblico si sente stranamente partecipe, richiamato dalla comicità, un po’ blasfema, dei versi intonati e ipnotizzato dagli strumenti un po’ kitsch utilizzati.

La risposta a questo viaggio, intrapreso da una coscienza smarrita e indagato scrupolosamente con ironia sfrenata, rimane aperta.

Una certezza, però, c’è: la storia è completata da una scenografia che, nella sua essenzialità, rivela grande spirito creativo e d’inventiva, che seppur non si impone agli occhi del pubblico, lo lascia piacevolmente sorpreso.

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