Martín Caparrós: la banalità della fame

LA FAME-AWARE
LA FAME-AWARE

Martín Caparrós, classe 1957, Buenos Aires.
Prima l’esilio e una laurea alla Sorbona di Parigi, poi la collaborazione con “El País” a Madrid e ora su “Internazionale”.
E’ un reporter di viaggio, di quelli che cercano una cosa in particolare: entrare in un’altra realtà, capire la sofferenza, dimostrare la limitatezza del desidero di chi ha fame.

<<Cosa chiederesti ad un mago immaginario se lo avessi davanti?>>, niente più di due vacche forse.

Questa è la risposta che riceve dalla ragazzina musa ispiratrice del suo libro.
Il suo libro “La fame”  (titolo originale: “El hambre”) è un covo di informazioni volontariamente nascoste all’ opinione pubblica per disinformazione e convenienza a cui il giornalista decide di dar luce.
Viaggia in 8 nazioni diverse per raccontare come funzioni la fame, la più comune e quotidiana delle sofferenze, in ognuno di questi.

<<La fame è sorda, è continua, non è un avvenimento>>, dice. Quale notizia è più accattivante di una guerra o di una carestia da mettere in prima pagina?

La fame è scontata, è di poco audience.
Alcuni la chiamano “malnutrizione”, altri addirittura “insicurezza alimentare”.  Il “burocratese” serve a questo d’altronde, a svuotare il significato gravissimo rendendolo il più freddo e possibile…
Ride Martín, che la fame l’ha vista negli occhi di chi gli sedeva davanti.
Ci sono tra gli 800 e i 900 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo.
Ma se 1 su 8 di noi nel mondo soffrisse la fame, come farebbe la sofferenza del prossimo che ci siede accanto a passarci così indifferente?
Gli affamati sono lontani e tutto ciò che è lontano è per molti impercettibile.
Quello che Caparrós vuole schiaffare davanti ai nostri occhi ingenui è che siamo noi che involontariamente e quotidianamente contribuiamo a portare avanti il meccanismo che fa in modo che queste persone rimangano affamate, perché ci conviene. Le grandi multinazionali, per esempio, speculano sui prezzi del frumento in modo da far permanere situazioni di povertà in certi Paesi.
Nel mondo possiamo produrre quantità sufficienti di cibo per sfamare tutti, il problema è la scorretta distribuzione dei beni. E’ una cosa che non tutti sanno, basti pensare a tutti quelli che pensano che la fame nel mondo sia inevitabile.
No, la teoria malthusiana non vale più nel 2015. Siamo talmente avanti tecnologicamente e così indietro in umanità…
“Pensate-sottolinea lo scrittore- che buttiamo tra il 30% e il 50% di tutto il cibo che circola nel mondo solo qui nei paesi ricchi”
Così, perchè non ci piace, perchè non ci va più o perchè “oggi non ne ho voglia”.
Caparròs ci fa l’esempio  del NAFTA, trattato firmato da Messico, USA e Canada, con il quale vengono sfruttate zone povere del  Messico e trasferiti i suoi prodotti verso Canada e USA, i due paesi più ricchi.
E’ conseguenza di questa silenziosa dipendenza, il fatto che una quantità enorme di terre in Messico ora venga utilizzata per coltivare cocaina e marijuana al posto del prodotto iniziale, il mais, che invece viene prodotto quasi esclusivamente dagli Stati Uniti, i quali possono sia far andare le macchine da lavoro senza sottostare agli Stati arabi sia subordinare tutto il resto del continente.
Negli USA vengono prodotti e usati 9000.000.000 di serbatoi di carburante derivante dal mais annualmente. Ecco, ora pensate solo che con 160 kg di mais un bambino dello Zambia sopravvive un anno intero…
Ancora di più, Martìn ci porta nella borsa di Chicago con il suo libro, posto principale nel quale si specula sulle materie prime. Qui vengono scambiate quantità di frumento doppie rispetto a quelle disponibili realmente per trarne guadagno. E èsempre qui che si decide chi può e chi nono può più mangiare il proprio frumento ma ne deve acquistare uno dall’estero e chi può ancora produrlo.

Fossero coerenti li ammazzerebbero – dice Caparrós – e invece no, li tengono lì i superflui, da noi si chiamano cartables, gli scartabili.

Gli inutilizzati vorrebbero essere inseriti nel sistema, vorrebbero partecipare e contribuire alla produzione, ma sono in nazioni in cui non possono migliorarsi e dove l’assistenza data spesso genera clientelismo.
Il Paese più popolato al mondo è paradossalmente anche quello col più alto tasso di povertà: l’India.
Non sfugge alla ricerca di Caparròs la funzione che svolge la religione tra gli affamati.
La religione può svolgere il ruolo di mantenimento della povertà (e ritorniamo in India), dove se sei miserabile è per colpa di una tua vita precedente, oppure può fungere da speranza per una vita migliore nell’ aldilà, come nel caso delle religioni occidentali monoteiste che ti assicurano una maggior fortuna dopo la morte, un mondo migliore lassù dove tutti sono accolti.
Ci sono posti dove chi non vuole curarti, perchè saresti troppo costoso, ti aiutano ad attendere la fine.
“Morire è buono perchè andrai in un posto migliore”.
La conclusione è che il rapporto fra fame e religione sta nella disperazione.
Solo la giustificazione della propria condizione può alleviare il bruciore dello stomaco che cerca il cibo e può placare il dolore dell’ingiustizia.
“Forse è per questo che non ho mai incontrato affamati atei”, dice sorridendo.
Guardando la doppia realtà dei fatti, nel mondo il numero di persone obese e di persone affamate è pari.
Comun denominatore? Entrambi sono solitamente parte delle fasce più povere del contesto sociale in cui vivono.
Parla un uomo baffuto, dalla voce profonda, che sa essere toccante e marcato con il suo italiano limitato e dal forte accento spagnolo.
L’argentino dalla calda voce ha messo in contatto i freddi calcoli scientifici con i sentimenti umani, che sono due mondi contrastanti, ma dal cui legame nasce un documento insostituibile.
Sono certa che tutti vivrebbero diversamente le proprie azioni quotidiane dopo aver letto questo libro.
La fame è un volto con otto sfumature di occhi, ma di un’unica stanca espressione.

Martín_Caparrós

 

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