The martian: l’ultimo sopravvissuto in sala

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Siamo nel 2015, The martian: Sopravvissuto sbanca il botteghino ricavando numerose nomination ai Golden Globe, più quattro riconoscimenti concreti agli NBR newyorkesi. Il film è diretto da un regista il cui nome sprigiona meraviglia solo a pronunciarlo: Ridley Scott. Una delle migliore firme, la sua produzione è vastissima e tocca gli ambiti più disparati, perchè dove c’è azione, c’è lui. La regia di capolavori universalmente riconosciuti, come Il gladiatore, Blade runner o di pellicole meno eccelse come Prometheus, lo hanno spinto in alto neanche fosse fatto di fuochi artificiali e ancora oggi continua a brillare nel panorama cinematografico mondiale. The martian è l’ultimo film da lui diretto e si può archiviare nel genere fantascientifico.

La trama è piuttosto semplice (attenzione: sono presenti spoilers): una squadra di astronauti si trova su Marte, si scatena una tempesta di sabbia che li costringe a correre verso il mezzo che dovrebbe condurli sulla nave in orbita intorno al pianeta. Il povero Mark Watney (Matt Damon) viene spazzato via dagli agenti atmosferici e dato per morto mentre i suoi colleghi abbandonano il pianeta rosso. Invece è semplicemente svenuto, vegeto solo per miracolo, e si ritrova da solo ad anni luce di distanza da ogni forma di vita. Non finisce qui: anche se la base operativa usata dagli astronauti è fortunatamente scampata al disastro, le scorte di cibo che essa contiene bastano per pochi mesi, giusto il tempo stimato per la loro infruttuosa missione. Il naufrago riesce però a superare lo shock iniziale, dimentico del fatto di essere su un sasso dimenticato da Dio con i giorni contati, e decide di reagire. Nei mesi successivi il nostro eroe riesce, essendo un botanico esperto, a coltivare patate nella microsfera da lui generata all’interno della base, a stabilire un contatto con la Nasa che lo aveva dichiarato ufficialmente morto, e addirittura a far funzionare un automezzo con i resti di altre spedizioni. 30 e lode, Mark. Tuttavia deve sopravvivere per quattro anni in attesa che la sua vecchia squadra torni a prenderlo, dopo però aver rimediato altri rifornimenti in orbita terrestre e aver sfruttato l’effetto fionda consequenziale al passaggio della nave nell’atmosfera per cambiare direzione. Già, è un’astronave, non fa retromarcia. Bisogna ammettere che la situazione in cui si è cacciato Mark tiene lo spettatore con il fiato sospeso, la suspense acquista nuovamente vigore in due occasioni: quando una nuova tempesta si porta via metà base, distruggendo l’orticello che garantiva la sopravvivenza del protagonista, e quando il nostro naufrago è costretto a viaggiare fino al cratere Schiapparelli per recuperare ciò che resta di un vecchio modulo, in modo da lasciare la superficie del pianeta e ricongiungersi, con una modalità tanto incredibile quanto ridicola, con la nave dei compagni in prossimità dell’orbita.

Il film è stato salutato con enorme esaltazione da parte della critica, sono state fatte numerose considerazioni, alcune sensate, altre no. Tra le prime c’è da dire che si tratta di una rivisitazione in chiave futuristica della vita dei pionieri, di un elogio all’ingegno umano, alla sua conoscenza fattasi luce per fendere le tenebre della difficile sopravvivenza, all’impulso di non mollare e andare avanti, all’infinito. Matt Damon possiede grandi doti di recitazione, anche se chi scrive questa recensione non lo ha mai potuto sopportare. Se a qualcuno è capitato di vedere il film al cinema, ricorderà l’insieme di recensioni che ne hanno accompagnato l’uscita, tutte positive, tutte volte ad adulare il nuovo, geniale capolavoro di Ridley Scott. The martian, a prescindere dalle opinioni generali, è un prodotto mediocre, dotato sì di temi ed effetti speciali degni del loro nome, ma pur sempre superficiali, con colpi di scena scontati, quasi fastidiosi. I dialoghi non hanno particolare spessore, le circostanze intorno a cui ruota tutto il successo della pellicola sono incredibili, nel senso di impossibili da credere, ai limiti del ridicolo. Lo stesso protagonista, nelle azioni e nel carattere, appare come il tipico spaccone da film americano, un atteggiamento difficile da associare alla sua condizione di naufrago. Per carità, il marchio del regista è sentito, il senso di desolazione e solitudine del pianeta rosso è ben trasmesso con riprese di campi lunghi di tutto rispetto; tuttavia questa pellicola, nel vasto panorama di regia del maestro, va a depositarsi sul fondo. Dopotutto non è possibile fare sempre strike e i recensori, professionisti e non, che glielo hanno attribuito sono un po’, non si vuole offendere, dei pecoroni. Sopravvalutato e sconsigliato.

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