Ma quale libertà?

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Libertà: condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni.

Questa è la definizione che il dizionario dà di uno dei termini più abusati e bistrattati della lingua italiana. Libertà è una parola che ormai è sulla bocca di tutti, è uno dei più alti valori a cui l’uomo tende. Alla libertà si è dedicato tutto, tempo, forze, denaro, uomini, mezzi… Secondo Hegel l’intera storia tendeva inevitabilmente alla libertà. A lei si è intitolato tutto, da una maestosa statua all’imboccatura del porto di una grande città a un partito politico ora scomparso, o forse solo rinominato.

Fra le libertà più importanti campeggia la libertà di parola. L’art. 21 della Costituzione la certifica come uno dei capisaldi dello stato liberale moderno: ognuno ha diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con ogni mezzo, senza restrizioni. E’ la fine dell’epoca della censura, siamo liberi di parlare quanto vogliamo, di cosa vogliamo e soprattutto come vogliamo. Senza entrare nel merito della questione posta da Umberto Eco, che si chiedeva non molto tempo fa se quest’estensione incondizionata della libertà di parola, soprattutto sul web, avesse prodotto una generazione di imbecilli, sono comunque necessarie alcune puntualizzazioni fondamentali.

Se io, da perfetto ignorante, applicassi alla lettera la Costituzione, sarei legittimato ad insultare tutti, uno per uno. Incontro uno per strada e lo riempio di parolacce, tanto se mi piglia a schiaffi è lui in torto. Se facessi il giornalista potrei scrivere attacchi gratuiti ai miei oppositori, tanto sono libero. Tutti fanno il mio ragionamento e la libertà generalizzata si trasforma in tre millisecondi in caos e assenza di regole. Per fortuna non è così.

E non è così perché esiste un reato che si chiama diffamazione. Ma come, la libertà può essere limitata? Tale limite non è scritto nella Costituzione, quindi come si permette l’art. 595 del Codice Penale di correggere il documento che contiene i principi fondanti dello Stato? Infatti accade che, se torniamo alle due situazioni del paragrafo precedente, nel primo caso a chi mi pesta verrà riconosciuta un’attenuante, nel secondo invece mi farei da sei mesi a tre anni dietro le sbarre (con una multa di almeno 516 euro).

Dove voglio arrivare? Quello che oggi ci sfugge è che libertà non vuol dire assenza di regole. Se io sono libero non significa che posso fare quello che mi pare, ma che nessuno può costringermi a fare o non fare qualcosa contro la mia volontà. Qui sta il punto. Ed è qui che l’onda del populismo si abbatte al minimo segnale di lesa maestà.

L’esempio più clamoroso di quanto stiamo dicendo lo abbiamo visto poco tempo fa. Tutta l’Europa si mobilita al fianco di Charlie Hebdo, giornale satirico che il 7 gennaio è vittima di un attentato nella redazione di Parigi, che causa 12 morti. Il giorno dopo, un editoriale del Financial Times afferma che, senza in alcun modo giustificare una violenza di queste proporzioni, se su quelle pagine non ci fossero state offese infamanti e gratuite contro una delle più grandi religioni mondiali nulla sarebbe successo. Apriti cielo.

Spuntano ovunque testimonianze a favore della libertà di espressione, con la famosa immagine della matita spezzata in due da cui, ritemperata, nascono due nuove matite. Ebbene, se quella matita serve per disegnare cose del genere è meglio lasciarla nel cassetto. Gli illustratori USA, ad esempio, hanno un principio per cui si può scherzare su tutto (scherzare, non offendere) tranne su razza e religione. Ci si è dimenticati (o forse si è preferito non ricordarsi) della frase in grassetto poco sopra. L’offesa gratuita non è libertà di espressione, in nessun caso.

E’ un principio che spesso sfugge di mano e di mente, di cui è molto più comodo dimenticarsi quando fa comodo e da rispolverare di tanto in tanto come giustificazione. E anche chi le parole dovrebbe conoscerle meglio di tutti, come uno scrittore, spesso se ne approfitta. Il 19 ottobre a Torino, come saprete, Erri De Luca è stato assolto dall’accusa di istigazione a delinquere. Tutto era cominciato a settembre 2013, quando vengono arrestati alcuni militanti No Tav e gli vengono sequestrati cesoie, tubi e bottiglie con benzina. In un’intervista all’Huffington Post, De Luca afferma: “La Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti”.

Senza entrare nel merito della questione Tav, la cosa in sé non ci interesserebbe nemmeno, se non fosse per il commento dello scrittore dopo l’assoluzione: “La sentenza ribadisce il valore dell’art. 21 della Costituzione”. Ora, tirare in mezzo la libertà di espressione in questi casi è una strumentalizzazione bella e buona, soprattutto alla luce dell’ondata di consensi che ne è seguita. Io non potrei in nessun modo (condizionale d’obbligo, perché moltissime regole sul web non valgono) invitare gli italiani a picchiare Marquez perché ha sfavorito Rossi, ancor di più se sono un personaggio pubblico, perché non è libertà di niente, è solo reato. Istigare a delinquere non è libertà di espressione.

Martin Luther King diceva: “La mia libertà inizia dove finisce la vostra”. Credo non ci sia modo migliore per riassumere.

Chiudo tornando a Charlie Hebdo. Protetto dalla fama internazionale tristemente raggiunta, ha continuato a pubblicare vignette anti-Islam, perché la libertà ovviamente non va mai soffocata, in nessun caso. Se per caso ve la foste persa, l’ultima è questa.

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Tradotto: “Isis, l’aviazione russa intensifica i bombardamenti”. Forti della libertà raggiunta, sono riusciti nel capolavoro di prendere per i fondelli non solo gli islamici, ma anche le 224 persone morte sull’aereo russo esploso nei cieli del Sinai.

Mettetevi una mano sul cuore e chiamatela libertà, se ci riuscite.

 

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