L’unione fa la lotta

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Tutto era partito da un lavoro assegnato a lezione: “cos’è rimasto dopo Expo”.

A me sono subito venuti in mente i No Canal: ero convinta che rappresentassero nel modo più lampante ciò che effettivamente è rimasto dopo l’Expo: parchi sgomberi da quella valanga di cemento che sarebbe dovuto essere il progetto della Via d’acqua Sud.

Mi sbagliavo.

Quando ho intervistato Luca, che fa parte del collettivo offtopiclab e che è stato, insieme a tantissimi altri, attivo sin da subito nelle proteste contro la costruzione dei canali connessi ad Expo nella zona nord-est di Milano, ho capito che è rimasto qualcosa che va ben oltre un’area di verde lasciata (quasi) inviolata: è rimasta una solidissima comunità di cittadini, che si sono scoperti solidali non tanto per un egoistico senso di appartenenza a quel minimo comun denominatore che è il territorio, quanto in nome di quella ritrovata bellezza del sentirsi attivi e utili ai fini di comunità cittadina degna di questo nome.

 

 

Quando iniziano le proteste No Canal?

La lotta No Canal inizia nell’autunno 2013, quando nei quartieri di Milano Trenno, Gallarate, Quinto Romano e Baggio iniziano a comparire cantieri per la realizzazione della Via d’acqua Sud che avrebbe dovuto portare in uscita le acque dal sito expo verso la darsena (inizialmente nel sogno Morattiano si trattava di un canale navigabile poi dimostratosi irrealizzabili, successivamente sarebbe dovuta essere una via di mezzo tra un canale irriguo e il naviglio, in realtà era semplicemente un canale di scarico che andava ad irrigare una frattura nel sistema dei parchi, sostanzialmente inutile perché la zona ovest di Milano è ricca di fontanili e canali riutilizzabili allo scopo)

Alla loro comparsa, gli abitanti di questi quartieri, sollecitati da alcuni attivisti della rete No Expo che abitavano le zone fu deciso che bisognava fare qualcosa e dopo vari tentativi di far capire cosa stava per succedere convocammo un’assemblea dove ci trovammo in 300 e da lì iniziò tutta quella lotta, dove prima con la sensibilizzazione tra la gente comune ha fatto sì che tra autunno 2013 ed estate 2014 si arrivasse ad ottenere il blocco totale di tutti i cantieri nei parchi prima e lo stralcio dell’opera dalla sua realizzazione, tant’è vero che poi venne realizzata e terminata poche settimane prima dell’inaugurazione di expo semplicemente uno scarico sotterraneo che dal sito expo arriva ad Olona

Scarico sotterraneo che comunque ha creato danni

Sicuramente rispetto al progetto principale i danni sono stati minori, fortunatamente perché limitati ad un breve tratto (zone limitrofe al cimitero maggiore). L’unica cosa che non siamo riusciti ad evitare è che quest’opera passasse sotto dei terreni da bonificare, e questa è una questione ancora aperta: i tubi e i cantieri sono stati portati via ma i terreni continuano ad essere inquinati, ed è una problematica che a questo punto non riguarda più expo ma che riguarda la città, ed è un lavoro di bonifica che va fatto da chi ne è direttamente coinvolto, perché i costi non devono pesare sulla collettività

A proposito di collettività, mi ha colpito il fatto che siano stati proprio i cittadini delle zone vicine ai parchi ad essersi mobilitati in primis in maniera organica e decisa.

L’opera non si doveva fare: era uno spreco di risorse materiali e non, e come poi si è dimostrato è stata una necessità più dettata dall’esigenza di far lavorare determinate imprese e far girare alcuni appalti piuttosto che d altre necessità come la bufala delle acque nel naviglio 6 metri cubi di acque in più non rendono il naviglio diverso. L’opera andava fermata con ogni mezzo e avremmo fermati noi l’amministrazione comunale, tant’è vero che ci siamo messi davanti le ruspe nei cantieri e le abbiamo fermate, abbiamo smontato i cantieri e abbiamo accatastato i cantieri a più riprese, perché venivano montati la mattina dopo. Sicuramente abbiamo proseguito per rallentare e fermare il più possibile i lavori, così come è successo il 25 febbraio 2014 con il comunicato di expo

Per quanto riguarda i moti di protesta, fino a che punto credete sia necessario spingersi? Mi riferisco, ad esempio, ai graffiti sui muri di cui alcuni cittadini si sono lamentati, fatti da alcuni protestanti No Canal

Se le persone pensano che sia più nocivo fare una scritta in vernice su una strada o su un muro abbandonato, liberi di pensarlo ma mi trovo in totale disaccordo con loro. Una scritta su un muro può essere discutibile, ma non è un atto di violenza: un muro grigio molte volte è brutto tanto quanto la scritta. Se c’è una cosa che ha caratterizzato tutta la vicenda No Canal è sempre stata che qualsiasi iniziativa fatta nei parchi, dai picnic ai campeggi no expo, abbiamo sempre lasciato i parchi in condizioni migliori. Non è stato danneggiato nessun elemento della natura, non usavamo nemmeno le piante per attaccare i cartelli, sarebbe stato incoerente: non ci potevamo opporre a chi tagliava gli alberi se poi li usavamo a nostro favore.

Mi piace ricordare che le poche volte che a fronte delle proteste, le imprese chiamassero la polizia, non ci cacciava via ma sospendeva i cantieri perché puntualmente si trovavano delle irregolarità: questo ribadisce il fatto che si è strumentalizzata tanto quella lotta, soprattutto perché è andata a toccare un nervo scoperto: in questa città ci si è resi conto che esisteva una vasta fetta dell’elettorato della giunta che non riconosceva più la giunta. Ad oggi, nessuno di noi ha ricevuto denunce.

 

Per quanto riguarda il tema caldo “cos’è rimasto dopo expo”, con quali modalità la vostra lotta civica si è trasformata, ad expo terminato, in un’altrettanta civica bonifica delle zone provate dai cantieri e dai lavori lasciati a metà?

Anche il piano di bonifica è un tema ancora aperto (tra l’altro non abbiamo ancora avuto risposte): rispetto alle aree sulle quali erano stati installati i cantieri sono state rese oramai fruibili perché abbiamo impedito di costruire l’opera fisicamente; tolti quelli, i prati la stagione successiva hanno iniziato ripreso la loro inziale caratteristica, è rimasta però la famosa buca a Trenno, sulla quale aleggia un mistero: quando è stata di nuovo riempita manca circa un camion e mezzo di terra. Il sospetto che noi abbiamo è che la terra mancate sia stata utilizzata per “lavare” della terra meno buona che arrivava da qualche altro cantiere; questa però è stata l’unica traccia rimasta dei cantieri

Quindi siete riusciti ad evitare quel famoso ecocidio di cui si parlava

Non del tutto: ora il laghetto dei Tigli non esiste più e lì tra opere della Via d’acqua e opere per l’infrastrutturabilità expo è stato spazzato via. Qualche strascico ovviamente c’è stato, senza contare i lasciti delle infrastrutture del vero e proprio sito expo

Che peso hanno avuto le proteste ai fini della chiusura dei siti e quanto ne hanno avuto invece le indagini?

Dal punto di vista della scansione degli eventi e delle posizioni della controparte, le proteste sono state determinanti. Il comunicato di Sala che dichiarava la chiusura dei cantieri delle vie d’acqua risale al 25 febbraio, la presentazione del nuovo piano (il tubo di scolo) è di luglio 2014, i primi arresti legati Maltauro e Acerbo sono di maggio/giugno 2014, in una fase quindi successiva al blocco dei lavori, e parecchio antecedenti alla presentazione del famoso piano B. Le inchieste hanno aiutato, così come le alluvioni e le esondazioni: quando ci sono state era ormai palese che con quei 40-45 milioni per la costruzioni dei canali si poteva mettere in sicurezza l’assetto idrogeologico dei fiumi che passano sotto questa città. Le proteste ci sono sempre state, anche per altre tematiche riguardanti expo: per la costruzione del padiglione Italia sono stati arrestati praticamente tutti, eppure i lavoro sono continuati. Siamo certi che la nostra lotta abbia avuto un peso fondamentale, è stata la prima volta da tanti anni a questa parte che a Milano un progetto urbanistico di una certa portata venisse fermato da dei cittadini. È stata una lotta popolare, come quella di Val Susa, che porta alle iniziative dal militante all’attivista più incazzato al pensionato ai giovani alle casalinghe. Questo a Milano non succedeva da anni, sono state ricostruite delle relazioni che questa città sempre più individualista aveva spaccato: c’erano tanti vecchietti a cui mancavano le riunioni no canal, e per assurdo si sono riciclati in altre proteste urbane: si è creata una voglia di rimettersi in discussione per tutelare il concetto ormai perso di città pubblica e credo che questo abbia dato fastidio al punto che ha sempre trovato ostracismo mediatico proprio perché non era catalogato, non vicino agli stereotipi del comitatino cittadino che si accontenta dell’interpellaggio del consigliere comunale di turno. Non sono state create divisioni buoni/cattivi tipiche dei titoloni che in questi anni abbiamo visto per le vicende in Val di Susa

È stata una protesta a 360 gradi quindi

Sì, ma non è mai stata fatta perché i cantieri ce li trovavamo sotto casa: avremmo fatto lo stesso anche se fossero stati fatti ad Abbiategrasso. Ai blocchi arrivava gente da mezza Milano, altrimenti non si giustifica il fatto che oggi molti di quelli che venivano ai blocchi no canal li trovi a difendere le piante dai tagli e in altre lotte che non hanno più sotto casa, anzi anche a 5-10 km dalla loro casa. E stata una protesta dell’opinione pubblica, in un mese e mezzo abbiamo raccolto 15000 firme nel quartiere: abbiamo avuto un consenso costruito ed una mobilitazione che ha dato un’energia portante. Abbiamo portato 600 persone sotto Palazzo Marino a protestare conserti. Possono esistere anche lotte di una certa rilevanza laddove si riesce a costruire una partecipazione ed un consenso a contrastare nata da elementi oggettivi anche in una città possono essere vincenti

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