Lubiana

Non mi è mai piaciuta la geografia.

Ho l’intima certezza che ogni volo che implica fusi orari implichi per forza anche un viaggio nel tempo – sette ore avanti, sette ore indietro, io non capisco – l’unica Georgia che conosco è quella americana e sono abbastanza sicura che le Repubbliche Baltiche stiano al nord, anche se quanto non so dirlo con esattezza.

Per questo da sempre la mia scusa preferita è che avrei imparato solo viaggiando.

Voglio il sapore del luogo perché le pagine dei libri lasciano un retrogusto spiacevole di carta stampata e di foto da turista.

Voglio gli occhi della gente perché le guide si concentrano solo sui monumenti.

Voglio la cadenza, l’inflessione e l’accento perché leggere “slavo”, “croato” o “spagnolo” non potrà mai essere la stessa cosa.

Un trabocchetto più che una scusa, direi.

Anche se con questo sistema sto scoprendo un sacco di cose nuove.

Ad esempio, prima della settimana passata non avevo idea del fatto che Lubiana fosse la capitale della Slovenia.

Mentre mi chiedo cosa ho portato via con me di questa città mi fermo un istante.

Dita a pochi millimetri dalla tastiera del computer, sorriso a metà.

Freddo pungente e torta al dragoncello.

Fiori colorati avvolti in una carta trasparente, di quelle che quando chi li ha sottobraccio ti passa vicino riesci a sentirne il profumo.

Fragole rosse che sanno di sole, anche se sta quasi per piovere.

Lubiana ha preso il mio posto milanese preferito e ne ha fatto una città.

Un castello con un cortile candido che ferisce gli occhi e una storia che racconta di un drago di tanto tanto tempo fa.

Un ponte a tre vie che non importa se si è indecisi, se non si sa quale scegliere, perché in ogni caso portano tutte al di là del fiume.

Strade strette e profumo di spezie che quasi punge il naso.

E la mattina il giornale in una lingua che non è la mia, i fogli tenuti tutti insieme da un portagiornale in legno, un paio di pagine macchiate di caffè.

Lubiana ha tante voci.

Si fondono tutte nella confusione del mercato, una dal banco della frutta, un’altra dalla bancarella dei cestini in vimini, un’altra ancora dal banchetto dei dolci.

La preghiera sussurrata di una signora inginocchiata la sera di Pasqua e il bagliore familiare delle candele.

Un nome altisonante e una stretta di mano decisa.

Una fisarmonica e una canzone con parole dalla pronuncia così aspra che ci si chiede come sia stato possibile metterle in musica.

Lubiana è una città che nulla ha a che vedere con l’idea che normalmente si ha di capitale e a giochi fatti credo davvero sia meglio così.

Magnolie rosa e bianche.

Vento tagliente, poco importano i petali che si impigliano nei capelli spettinati della ragazza che passeggia davanti a me.

Sento un brivido al ricordo e trovo l’altra metà del sorriso al pensiero che il mio trabocchetto, tutto sommato, è davvero ben congegnato.

 

 

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