Lolita, secondo Nabokov

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Sarà pure un paradosso, ma Lolita non è più una ragazzina. Compie 60 anni.

Noi di Aware la celebriamo così.

Qui sotto, la recensione del libro. Qui, la recensione del film ad opera di Serena Franchi Bono

 

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.”

Quando, nel 1955, esattamente a metà del decennio più perbenista dell’intero Novecento, Vladimir Nabokov, professore universitario russo naturalizzato americano, manda nelle librerie quello che diventerà ben presto il suo capolavoro riconosciuto, Lolita, è scandalo. La storia di un quarantenne indolente e disturbato che seduce, tormentosamente, una languida ragazzina di 12 anni e se la porta in giro da un motel all’altro degli Stati Uniti, fino a farsela scappare, per ritrovarla anni più tardi incinta e bisognosa di denaro, questa storia di perversione e ossessione, parve subito un insulto alla morale comune, una provocatoria apologia di reato.

60 anni più tardi, però, abituati come siamo all’abiezione (e non solo in letteratura) possiamo scrollarci di dosso la patina di indignazione dei nostri nonni e permetterci il lusso di valutare questo libro per quel che è e per quel che è diventato: un’opera d’arte, un classico.

Lolita è letteratura, vera, purissima. E’ un vortice che risucchia, travolge e sconvolge. E’ una sinfonia assordante, un soffio infuocato. E’ lucidità e stordimento, vergogna e desiderio. E’ abisso del pensiero, sofisticato virtuosismo, diluvio di passione, marcia trionfale del linguaggio. Lolita è un romanzo, ma è anche una confessione che ci sfida a rivedere le nostre convinzioni più granitiche. I carnefici e le vittime, degli altri e di se stessi, si confondono in un gioco allucinante e allucinatorio, che scava al di là del bene e del male.

Lo stile è barocco, eccessivo, trascinante come un fiume in piena. Pagine di pura poesia, capaci di perdersi ad assaporare un nome, di indugiare su una partita a tennis per descrivere il sublime dei movimenti, la flessuosità dei gesti, la morbidezza di un corpo teso. Parole intrecciate nel sarcasmo più becero, nel lirismo più delicato. Una prosa che scorre, precipita, rallenta, si allunga in un canto d’inferno fino al boato del disastro.

Lolita è questo, è molto di più. E’ arte. Perciò non ha senso scandalizzarsi, non ha senso puntare il dito. Di fronte all’arte, si ammira. E si tace.

Buon sessantesimo compleanno, Lo. Li. Ta.

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