“L’Odio” – Il cinema insegna

Regia: Mathieu Kassovitz
Paese di produzione: Francia
Anno: 1995
Cast: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Benoit Magimel, François Levantal

 

“Fino a qui tutto bene…il problema non è la caduta ma l’atterraggio”

Mathieu Kassovitz, ormai vent’anni fa, forse aveva già capito tutto. I recentissimi attacchi terroristici parigini – o quelli altrettanto recenti di Beirut, quelli di Kobane, Charlie Hebdo, i conflitti in Siria -non hanno, in realtà, strettamente a che fare con la storia raccontata ne “L’Odio” (o La Haine, in francese). Su di essi, poi, non è mia intenzione soffermarmi.

Ma, certamente, parte tutto da qui. Dall’Odio.

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Premio come miglior regia a Cannes nel 1995, questo film è un cult da quando è uscito. Ambientato in uno dei tanti luoghi reconditi delle banlieue parigine, ha come protagonisti Vinz, Hubert e Said (interpretati da Vincent Cassel, Hubert Koundé, Said Taghmaoui). I tre rappresentano chiaramente diverse tipologie di ragazzi, tipiche della gente che vive nelle periferie – di qualsiasi città.

Hubert comprende la povertà e l’ingiustizia sociale, le accetta a malincuore ma cerca di cambiare le cose, in qualche modo. Vorrebbe andare via per crearsi un futuro decente. Anche se grazie a metodi illeciti, porta comunque dei soldi alla madre per aiutarla a pagare le bollette ed insiste con la sorella affinché continui a fare i compiti e non abbandoni la scuola.
Said comprende la povertà e l’ingiustizia sociale, le accetta perché pensa di non poter far altrimenti. Non sembra avere aspirazioni future, non sembra rimproverarsi di aver abbandonato la scuola, né di spacciare per mantenersi. Non sembra, alla fine, avere un’opinione precisa riguardo alle cose: segue quello che dicono gli altri.
Vinz comprende la povertà e l’ingiustizia sociale, e non le accetta. Ma non solo: Vinz incarna il nascere e il crescere dell’odio; nei confronti della polizia, in primis. Poi, piano piano, i suoi nemici -a volte immaginari- vanno aumentando. E il suo risentimento generale continua ad aumentare, come se fosse in un certo senso inevitabile. Come se si fosse lanciato da un palazzo. L’atterraggio – lo schianto in qualche punto del suolo – è fatidico.

Il film segue gli spostamenti del trio durante una sola giornata (e relativa nottata), a seguito del pestaggio da parte di un poliziotto di un altro ragazzo del quartiere, Abdel, ridotto ora in fin di vita. Il tempo è scandito da alcune schermate nere che, di volta in volta, indicano l’ora esatta dei fatti. Quel che succede non ha di per sé grande rilevanza. Ma i 95 minuti del film sono ottimamente spesi: Kassovitz mostra la desolazione, la tristezza, l’arroganza, l’intelligenza, la stupidità, l’ignoranza, l’amore, la paura, l’odio, che albergano nel cuore della periferia, nel cuore dei poveri urbanizzati, nel cuore delle strade e dei vicoli cementificati, i cunicoli, le palazzine sporche, i giovani e i vecchi lasciati a marcire insieme. Nella periferia si parla un gergo unico (nel caso di quella del film si tratta del “verlan” un codice che inverte le sillabe delle parole e ne crea di nuove – che però è udibile solo nella versione in lingua originale); solo chi ci vive e chi in generale ci è cresciuto ne sa i termini e le condizioni. Qui, la Parigi illuminata e i boulevards sono lontanissimi. Sembrano quasi appartenere ad un altro mondo. Per i tre protagonisti, in effetti, andare a Parigi è come fare una gita, non “visitare la città”, ma “visitare UNA città”, una vera città con i negozi ed i ristoranti eleganti, la case confortevoli e la gente che ci tiene alle buone maniere.

Non è certo un caso che “La Haine” sia diventato uno dei film preferiti dalle comunità underground europee, dalle scene della cultura Hip Hop in tutto il mondo (in quanto cultura “di strada”) e in generale dai giovani, che spesso finisco col riconoscersi in uno dei tre protagonisti. Ma attenzione: nessun giudizio di morale, nessun proselitismo e nessuna dietrologia vengono coinvolti dalla regia. Nessuno, qui, ci vuole convincere di nulla. Ma il messaggio è chiaro: l’odio chiama odio. Come un serpente che si mangia la coda, l’eterno ritorno dell’umanità. Quando s’innesca, di proposito, il meccanismo, allora sarà inevitabile la distruzione (o l’auto distruzione) non solo di chi ne è il primo artefice, ma anche di chi assiste impotente alla scena e non può far altro che chiudere gli occhi ed anelare ad un’innocenza ormai perduta. Stiamo parlando di film ed attori, certo. Ma ne L’Odio, la distanza tra realtà e finzione è davvero sottilissima e si percepisce senza possibilità di fraintendimenti.

Si dice, tra le altre cose, che oggi proprio dalle banlieue di Parigi partano giovani combattenti, ragazzi disperati alla ricerca di una guerra che li salvi dall’oblio; che li distragga, più che altro, dall’ingiustizia che da sempre esiste nei luoghi che abitano (si, anche a Parigi – che ci crediate o meno).
Religioni o ideologie a parte (argomenti su cui non ho sufficienti conoscenze per potermi esprimere), i giovani che trovano un obiettivo di vita in tutte quelle battaglie che fanno dell’odio la più importante fonte d’azione e motivazione, potrebbero anche essere quei giovani Said, Vinz e Hubert che, soprattutto oggi, meritano di essere (ri) visti e (ri) considerati.

 

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