Lise Sarfati: il connubio tra uomo e città

Lise Sarfati, Oh Man

CAMERA, Centro Italiano per la Fotografia, ha promosso un’esposizione di tre mostre: Sulla scena del crimine di Diane Dufour, Oh Man di Lise Sarfati e Kabul + Baghdad di Antonio Ottomanelli. Tutte le mostre sono esposte a Torino dal 27 gennaio al 13 marzo.

Tra queste, quella che probabilmente colpisce di più è Oh Man della fotografa francese Lise Sarfati, perché in qualche modo tocca di più quell’elemento di individualità, comune a tutti gli uomini.

Tutte le foto dell’artista contemporanea hanno come scopo quello di parlare della realtà in una certa maniera, cercando di esprimere il modo di vedere la vita della stessa artista, puntando sul rapporto tra la fotografia e il sentimento che suscita nell’osservatore.

Il progetto Oh Man nasce a Los Angeles tra il 2012 e il 2013, e ha due soggetti principali molto semplici: l’uomo, a cui fa riferimento il titolo della stessa esposizione e la città.

Infatti anche il paesaggio su cui si muove quotidianamente ogni individuo ha una propria identità che viene espressa attraverso i singoli elementi che la costituiscono, come le strade, i palazzi, le piazze… Ogni profilo della città si va quindi a fondere con il valore che l’uomo, che la vive, imprime in essa.

I soggetti umani a cui si riferisce Lise Sarfati sono perlopiù individui spersonalizzati che, come il Giovane Holden di Salinger, si trovano spaesati di fronte al senso che dovrebbero attribuire alla loro vita. Uomini quindi che si sentono di aver perso la propria identità, che stanno percorrendo una strada senza però sapere con certezza quale sia la meta.

Sono uomini senza una direzione evidente, che camminano non curandosi dell’obiettivo della macchina fotografica di Lise Sarfati, che invece si contrappone al movimento passivo di questi, rimanendo con i piedi piantati dall’altra parte della strada, per riuscire a catturare il momento migliore per immortalare i suoi soggetti e far emergere così il connubio tra l’uomo che si muove sul palcoscenico della città e la città stessa.

L’uomo che cammina, già un tema molto ricorrente in arte, diviene espressione di libertà e forza nel dominare il paesaggio circostante. Anche se la libertà che vuol far vedere l’artista è solo apparente, perché fortemente limitata da quel senso di disappartenenza alla propria persona che è tipica dell’individuo medio, soprattutto oggi che con l’avvento dei media e di una tecnologia sempre più invadente dei propri spazi intimi e personali, non lascia scampo all’uomo che vuole indagare se stesso e distaccarsi per un momento dalla frenesia del XXI secolo.

Un’altra pista di riflessione che la Sarfati vuole suggerire all’osservatore riguarda il sole. Non solo come elemento cromatico dall’intensa luce brillante, ma anche come chiave di lettura filosofica della stessa fotografia scattata.

Lise Sarfati, Oh Man

 

La distanza della fotografa che osserva e si trova in una volontaria immobilità, di fronte ad un uomo in movimento che tende a qualcosa senza saperla però concretizzare, viene evidenziata dal raggio luminoso che si concentra sull’uomo stesso e che va a schiarire quel dislivello intenzionale tra l’autrice della foto e il soggetto scelto.

Il progetto Oh Man diventa così un’altra testimonianza di come ogni forma d’arte e nello specifico la fotografia, riescono a favorire un rapporto, un’intesa tra individui diversi e anche tra l’uomo e l’ambiente che abita. Questa relazione viene favorita da una certa simpatia, un vibrare insieme dei protagonisti del rapporto che, chiamati in causa, si aprono a vicenda permettendo uno scambio e una condivisione di esperienze personali che li toccano indistintamente, accrescendo il loro bagaglio culturale ed esperienziale.

In questo senso si può parlare di fotografia come espressione dell’interiorità dell’artista, che dietro la lente dell’obiettivo cerca di promuovere una sua angolazione della realtà e ci suggerisce, a noi che osserviamo, un altro punto di vista per imparare ad osservare il mondo a 360 gradi.

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