L’esperienza artistica di Philippe Parreno

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Dal 22 Ottobre 2015 al 14 febbraio 2016, l’Hangar Bicocca di Milano ospita Hypotesis – una mostra di Philippe Parreno che coniuga l’architettura industriale dello spazio espositivo con la visione dell’artista.

Fondato nel 2004, con il sostegno di Pirelli, l’Hangar è un nuovo contenitore di arte, se si pensa al tradizionale museo ottocentesco dove l’aura sacrale dei quadri segna un distacco siderale tra spazio e uomo.

È un esempio di riqualificazione urbana predisposto per accogliere istallazioni e per permettere ai fruitori di muoversi nella più totale autonomia.

I visitatori camminano, si perdono, proseguono e poi tornano indietro dominati dalle tipiche travi metalliche di una ex industria che corre su tre “navate”.

Una di queste è occupata dalla ricerca artistico-spaziale di Philippe Parreno.

Studente presso l’Ecole des Beaux-Arts di Grenoble, si è presto appassionato al linguaggio mediatico e informatico, accogliendo le influenze provenienti dallo sviluppo tecnologico e le suggestioni del mondo fantascientifico in letteratura.

Ereditario del pensiero sovversivo degli artisti radicali degli anni Sessanta – Fluxus e New Dada – ha reinventato le modalità con cui si concepiscono gli oggetti arrivando ad affermare <<senza la mostra non esiste l’oggetto, dal momento che è la mostra a diventare l’oggetto>>.

Ogni materiale, figura e colore acquista un significato nella sua lettura complessiva come parte di una pluralità da interpretare all’interno di uno spazio.

Il valore dell’oggetto è inscritto in un momento e in un luogo, ma può manifestarsi attraverso molteplici configurazioni, così come l’artista lo ha pensato, diventando generatore di una vera e propria esperienza.

Vediamo qual è l’esperienza di Hypotesis.

Buio, luce, ombre, silenzio, musica, video.

Un pianoforte si suona da solo riproducendo i brani di Mikhail Rudy, composti appositamente per la mostra.

Diciannove installazioni in plexigas sospese in aria, le Marquees, corrono per lo spazio espositivo disegnando la via immaginaria per chi crede in una strada alternativa a quella terrena, facendo da eco ai Led Zeppelin.

“And she’s buying a stairway to heaven”.

Uno schermo proietta, in successione, quattro diversi filmati che si integrano alla “narrazione” artistica, contribuendo con figure e suoni.

Davanti allo schermo, piccole poltrone sono posizionate per invitare i visitatori a mettersi comodi e a guardare lo spettacolo, come se fossero nella sala di un cinema; ma non solo.

Il richiamo a sedersi permette un’ immersione nello spazio più profonda, perché la mostra non è lì solo per essere guardata.

Va attraversata, occupata, abitata.

Ciò che ne emerge è un’esperienza complessa e articolata che nasconde un lavoro accurato su più fronti. Non si tratta solo di idee, ma di un vero e proprio sistema di hardware, software e cavi che Parreno chiama control room.

Tutto si concentra in un’unica sala, lasciando il desiderio di vedere di più, di capire di più.

Il lato positivo è che lo spettatore può fare propria quella stanza, può girare o se preferisce accomodarsi sulla poltrona e seguire la luce, o il suono, o il video, o tutte e tre le cose insieme.

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