La storia di Vivian Maier in centoventi scatti

Siamo nel 1932 e Vivian Maier è una bambina di sei anni che vive in Francia insieme alla madre.

Cresce ereditando, fin dall’infanzia, la passione per la fotografia.

All’età di circa 25 anni si trasferisce in America dove comincia a lavorare come tata, tra New York e Chicago. Mentre si occupa dei bambini, Vivian gira per la città con una Rolleiflex professionale immortalando, con attitudine ardita e determinata, la vita quotidiana dei passanti.

Nel frattempo si consumano quarant’anni di vita.

Ormai in tarda età, Vivian a causa di problemi finanziari che le impediscono di pagare i canoni dell’affitto, è costretta a lasciare i suoi oggetti che vengono confiscati e messi all’asta.

Siamo nel 2007 e un giovane agente immobiliare americano di nome John Maloof sta collaborando ad un libro su Chicago ed è in cerca di foto storiche della città.

Partecipa ad un’asta e acquista un box contenente gli oggetti e i negativi di una donna sconosciuta. Sviluppa i negativi e si accorge che quegli scatti hanno un grande valore, ma si sorprende quando capisce di essere l’unico ad averlo notato. L’autrice degli scatti è anonima, esistita solo perché il suo volto è impresso in qualche frammento.

Passano due anni e Vivian Maier muore.

Passano due anni e John Maloof trova un necrologio, rintracciando il nome dell’artista che si celava dietro le fotografie.

Arrivati a questo punto della storia, le due identità si incrociano e il loro urto è così violento da generare la possibilità di una nuova vita per entrambi, di cui una, nella sua incorporeità, è più reale che mai.

Nello spazio Forma Meravigli di Milano è stata allestita una mostra per raccontare questa storia a tutti, esponendo al pubblico 120 scatti della misteriosa Vivian Maier, ormai da qualche anno consacrata fotografa.

Vivian ruba momenti alle persone, senza chiedere loro il permesso, ma lo fa in buona fede.

Immortala dettagli, sguardi, posizioni di chi vuole ritrarsi all’obiettivo, giorni di vacanza, ma soprattutto immortala gli americani nella città.

Protagonista dei suoi scatti è la quotidianità che si svela all’interno di un tram mentre signori in abito scuro leggono il giornale, che viene colta all’interno di un negozio e in strada, sotto qualche insegna e nella frenesia metropolitana.

I soggetti sono gli abitanti della città dagli anni Cinquanta ai Settanta: bianchi, neri, lavoratori, emarginati, bambini e vecchi.

Nessuno si può sottrarre da quella Rolleiflex e il risultato è un mosaico di persone dinamico dove c’è molteplicità di espressioni, movimento, vita.

Girando per la sala, fin da subito ci si accorge che Vivian è lì, dietro l’obiettivo ma anche davanti.

Molte fotografie, infatti, sono autoritratti in cui compare il volto dalla donna attraverso superfici riflettenti come specchi e finestrini o tramite ombre.

Questa è la sua testimonianza urgente di lasciare tracce, di firmare su un pezzo di carta immaginario che anche lei è passata per di qua. O semplicemente è il suo modo per affermarsi nella società in cui era qualcuno, ma in cui avrebbe tanto voluto essere qualcun altro. O forse ancora è una dichiarazione di solitudine.

Fotografare per esistere o esistere per fotografare? Credo che Vivian Maier avesse trovato una sua verità in entrambe, ma senza eccedere in nessuna delle due.

 

<<Ci sono anche io a questo mondo!>> si sente urlare dalle vetrate di Via Meravigli 5 di Milano.

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