La polemica ai tempi dei social network

Social-Aware

Il gusto per la polemica,si sa, è un tratto distintivo dell’essere italiani.Dalla scelta della rosa dei convocati per i mondiali di calcio, all’outfit indossato dall’attrice X al festival di Cannes, passando per la sentenza definitiva emanata per il processo a Tal dei Tali: qualunque sia l’ambito, l’italiano medio (non inteso in senso spregiativo) ha sempre pronta in canna la propria critica.

Teatri del “mezzogiorno di fuoco delle opinioni” sono sempre di più i social network, grazie alla loro capacità di diffondere in pochissimo tempo un gran numero di informazioni ad un numero ancora più ampio di utenti. Mentre scorriamo la nostra home, ci accorgiamo come ogni evento sembri in grado di sollevare un polverone di articoli online,post in relazione agli articoli, commenti ai post, commenti sui commenti e così via.

In questo mare di informazioni e relative reazioni, è opportuno riflettere sulla qualità delle stesse, per quanto inevitabilmente l’informazione sia anche una questione di interpretazioni e di scelta di alcune di queste ultime a scapito di altre. E’ vero anche che non è possibile avere una conoscenza approfondita di tutto ciò che accade al mondo, così come esistono cose che si possono tranquillamente prendere alla leggera e così come è possibile scegliere di non interessarsi a questioni che altri ritengono di vitale importanza. Quella che noto però, è una tendenza verso una banalizzazione dell’informazione, mentre il dibattito diventa sempre più una presa di posizione a-critica in favore o contro uno schieramento , una questione di dire la propria sempre e comunque e di sostenere che la parte criticata ha in ogni caso torto e quella sostenuta ragione.

Intendiamoci, il diritto a dire la propria,a scegliere da che parte stare (o di non voler stare da nessuna parte), così come quello di dissentire dall’opinione altrui, resta vitale in una democrazia; non credo neanche esistano argomenti di appannaggio esclusivo di alcuni, per quanto complessi essi possano essere.

Ma, stabilito che esistano un diritto all’ informazione e alla libera espressione, ad essi devono necessariamente corrispondere dei doveri. Vorrei proporne almeno tre:

  1. Dovere di avere un’opinione per quanto possibile approfondita e superpartes di ciò di cui si sta parlando.Il confrontare fonti di informazione diverse può essere una buona base di partenza, così come la scelta di sospendere il giudizio di fronte a fatti ancora poco chiari. Ovviamente maggiore è la serietà della questione, maggiore è il grado di approfondimento necessario per poter dire di avere un’opinione ragionata sul fatto. A questo proposito,un buon esempio è il caso recente del giovane ucciso a Vaprio d’Adda mentre tentava di introdursi in un’abitazione. Nel momento in cui è stata aperta l’indagine, in molti sono saltati alla conclusione che l’uomo responsabile dello sparo fosse stato condannato, indignandosi contro lo Stato che proteggerebbe i ladri a scapito delle persone oneste. Peccato appunto che si fosse aperta un’indagine, non che si sia emessa una sentenza. C’è da dire anche che alcune fonti di informazione (nello specifico, alcuni giornali e telegiornali) hanno contribuito a saltare a conclusioni affrettate.

 

  1. Dovere di argomentare le proprie affermazioni e di fornire una confutazione di quelle messe in dubbio. Anche qui, la maggiore gravità della tesi o della confutazione che si stanno proponendo comportano la maggiore o minore necessità di argomentazione. Non è possibile affermare che i vaccini facciano male (per citare un tema tanto caro al dibattito sui social) e giustificare questa affermazione con il sentito dire o tirando in ballo complotti di ogni genere (che a loro volta necessitano di essere provati in modo concreto).

 

  1. Dovere di utilizzare toni appropriati al tipo di discussione che si sta facendo. Per quanto si possa difendere una tesi in modo appassionato, l’insulto gratuito non porta da nessuna parte. Soprattutto quando si usa tale strategia per sopperire ad una mancanza di argomentazioni (ma questo non vale solo sul Web).

 

Come ironizzavo all’inizio, probabilmente noi italiani abbiamo una particolare predilezione per la polemica. D’altra parte, fin da prima dell’invenzione dei social network, esistevano le chiacchiere da bar e le discussioni da pranzo della domenica, una sorta di versione analogica di quelle che sono le odierne “polemiche da social network”. Fin qui, nulla di nuovo, sono sempre esistite e probabilmente faranno sempre parte di noi.

Ciò che trovo particolarmente preoccupante però, è come sempre più queste banalizzazioni stiano spostandosi verso il dibattito politico. Fornire risposte semplificate a questioni complesse non è una tentazione nata in questi ultimi tempi, ma sicuramente l’imponente capacità di comunicazione della nostra epoca aumenta il rischio che le soluzioni semplicistiche, così spesso invocate sui social network, possano un giorno trasformarsi in realtà.

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