La neve di Slava non si scioglie al sole

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E’ un teatro che crea un’unione epica intimistica tra tragedia e commedia, assurdità e spontaneità, crudeltà e tenerezza.

Slava Polunin

Quando pensiamo a qualcosa di innevato, pensiamo alla sommità di una montagna, o alla montagna tutta intera o al profilo delle montagne, che, a cielo terso, scorgiamo in lontananza in prossimità dell’orizzonte. Pensiamo ai tetti delle case, ai comignoli fumanti, alle strade asfaltate, ai selciati, ai sentieri sterrati. Pensiamo ai boschi, agli abeti, con le loro fronde cariche di neve: spossate, appesantite, si piegano verso il basso in una stoica resistenza, resa possibile – forse–  dalla speranza che qualcuno, prima o dopo, correrà in loro aiuto. Pensiamo all’aria aperta, al freddo, a spazi sconfinati. E se per un attimo dimenticassimo tutto questo?  O meglio, se negassimo il dato sensibile conservandone l’essenza?

Potremmo pensare ad un luogo chiuso, ad un tepore avvolgente, al colore ambrato di un parquet in noce, al brulicare delle persone e delle parole, ad un teatro: un teatro innevato. La neve è accumulata sulle poltroncine di velluto rosso, sui gradini che consentono l’accesso alle prime file della platea, sul palcoscenico, sugli amplificatori acustici. Ogni automatismo percettivo è inibito: la neve non è più, necessariamente, il risultato di una condensazione; non è più gelida e non si scioglie al sole. Sembra essere la neve secondo Cèzanne, ricondotta alla sua forma archetipica: piccoli quadrati bianchi di carta velina.

Le luci sono soffuse. Non c’è un inizio dichiarato e condiviso. L’inizio coincide con l’istante in cui lo spettatore varca la soglia della sala teatrale. La neve a terra è testimone di un’azione che si è già consumata, suggerisce l’idea di un continuum all’interno del quale lo spettatore viene catapultato. A partire da quel momento il tempo e lo spazio si dilatano e si contraggono in una dimensione del tutto arbitraria. Nell’orecchio dello spettatore si insinua il suono dell’inveire di una tormenta, in grado di dissolvere ogni riferimento alla realtà, alla logica, alle regole della possibilità. Lo spettatore è protagonista di un vero e proprio atto di spoliazione: prima l’orologio, poi il giudizio, le scarpe scomode, la necessità, l’affollarsi dei pensieri…  Nudo, rigenerato, primigenio. Pronto per fare il suo ingresso nel mondo di Slava.

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Al centro della scena, un clown. Vestito con una tuta da lavoro gialla. E’ lui Slava. Ha gli occhi grandi, anzi no sono occhietti piccoli, un po’ incavati, che però sembrano enormi. Non usa parole, parla con gli occhi. Con quegli occhi sarebbe in grado di disquisire sui massimi sistemi. Si muove in modo insolito, forse un po’ poco pratico: procede a piccoli passettini,rapidi, ravvicinati tra loro, stacca i piedi da terra solo per qualche frazione di secondo. In fondo non è un modo insolito di camminare, è un modo. E sembra essere divertente. Procede a tempo, si fa abitare dal ritmo della musica. Slava non cammina, danza.

Con lui ci sono altri clown, hanno piedi lunghi e sottili. Indossano un montgomery verde e un cappello con due lunghe visiere ai lati, con le quali bilanciano il peso del corpo, come equilibristi privati della propria asta.

MIAMI, FL--JULY 30, 2013--Slava's Snow Show Press Preview at the Adrienne Arsht Center. (photo by Manny Hernandez)

Il vuoto apparente, all’interno del quale si muovono i clown, diventa materico, è percepibile sensorialmente: ha un colore, una forma, una superficie scabra, poi liscia, traslucida. Slava crea con il vuoto e nell’istante in cui crea, il vuoto si riempie. Si riempie il vuoto esistente tra un veliero a tre alberi, armati con vele auriche ed uno che di alberi non ne ha affatto: dotato di un lenzuolo e una vecchia scopa di saggina, ha però il vento in poppa.

 

 


Slava’s snowshow

28 dicembre 2015 al 10 gennaio 2016 Milano, Piccolo Teatro Strehler

 

 

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