La grande Utopia: Expo 2015.

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Ultima settimana di Expo Milano 2015.

Meno di 72 ore e i cancelli si chiuderanno. Meno di 72 ore e la gente inizierà a parlare. Numeri, sondaggi, sintesi, impressioni invaderanno le nostre prime pagine più di quanto sia già successo negli ultimi mesi.

Ma che cosa è –stato- veramente Expo? Sarebbe probabilmente stupido limitarsi alla descrizione del milione di chilometri quadrati di Rho Fiera –disboscato per l’occasione- e ricoperto di cavi elettrici e dell’internet. Expo è stato soprattutto un progetto, un’idea, un’utopia che ha fatto muovere Milano e i suoi cittadini verso una direzione ben precisa. Negli ultimi mesi molte delle energie, dei pensieri e delle illusioni si sono mosse nell’ottica del raggiungimento di un obiettivo chiaro. E’ una epoca questa dove la confusione è maggiore della chiarezza e la presenza di Expo come il più grande catalizzatore di energie (per lo più positive) degli ultimi anni non è da sottovalutare.

Expo 2015 rimarrà sicuramente sulle labbra e nella testa di tutti noi per molto tempo. Un po’ di tempo. In realtà non so quanto tempo. Viviamo in una società che il sociologo Bauman ha definito liquida, dove l’attuale viene continuamente sgomitato via dall’ancora più attuale. Il presente è veloce, rapido. E ce lo ha voluto ricordare anche il premier Matteo Renzi quando, sotto la pioggia che ha fatto da cornice all’inaugurazione dell’evento, ha affermato nel suo discorso che “ Oggi inizia il domani. Mi piace dire che oggi inizia il domani”. Io faccio pienamente parte di una generazione non più abituata a fermarsi, a prendere un caffè e a riflettere su quale piega sta prendendo la propria vita. Già il fatto che si dica “caffè” e non “” diminuisce da 5 a 1 minuto il tempo di riposo. Ma sarà disastroso, un grande dispiacere: saremo noi capaci di raccontare ai nostri nipoti di quel padiglione alto alto da arrivare a toccare il cielo o di quella multiculturalità tanto estrema fra le file colorate? Non riesco ad immaginarmelo.

Nello stesso discorso il premier ha aggiunto: “E’ stata possibile a Milano, in questa città che non sa stare con le mani in mano, laboriosa e che saprà accogliere i turisti italiani e di tutto il mondo, perché è una città che ha sempre accolto [..] e ha permesso a questi italiani di trasformare la propria vita in un progetto, in un sogno. [..] Se milano sarà all’altezza dei suoi valori, tutta l’italia che vede questa città con grande affetto, talvolta con critiche e come fonte di ispirazione, potrà continuare a credere che il tempo in cui stiamo vivendo è tempo di opportunità”. Ma i milanesi come hanno vissuto questo radicale cambiamento d’abito della città della madonnina? Sfruttando l’occasione anche per godere della loro arte del racconto, ho fatto questa domanda a qualcuno fra gli anziani milanesi che ha sicuramente potuto vivere tutti i cambiamenti di pelle della propria città. Chi meglio di un anziano è capace di spiegare a me, ventenne da così poco nella verde lombardia da non essere in grado di pronunciare “schiscetta” in modo degno, come e in che quantità questo evento ha realmente modificato Milano? Ho provato a parlarci, con il milanese capelli metallizzati, giacchetto a quadri e “corriere della sera” sotto il gomito. Ma lui mi ha detto che aveva fretta. Mi ha detto che oggi non aveva voglia di parlare con me. Allora ho sperato di non essere arrivata troppo tardi, ho sperato che la capacità di raccontare storie sia invece ancora forte e vivida. Questa speranza mi ha portata all’appendice di una grande piazza, in un angolino vicino a scivoli per bambini e ad un supermercato a buon prezzo. Una scacchiera appoggiata ad un muro, qualche coppola di feltro e qualche sciarpa variopinta mi hanno catapultato in un’altra Milano, lontana dalla fashion week e dagli scandali finanziari degli appalti Expo: eccoli lì, i pensionati 2015/2016.

Ma quando mi siedo sul gelo di una delle panchine, pronta ad assistere alla recita della lista delle medicine giornaliere o al tariffario delle badanti lombarde qualcosa mi fa sussultare: “3 ore di fila.. ma che cavolo, ma vieni qui!”, “Ma con 35 euro vado al ristorante con mia moglie!”: se expo è arrivato fin qui vuol dire che rimarrà davvero nella storia.
Curiosa, non posso far altro che intrufolarmi nella conversazione. “Ma che cosa è l’Expo?” chiedo e il più intrepido del gruppo esordisce dicendo “Ba, non è il mio mestiere. L’expo è come qualcosa che non esiste. Sono cose studiate a tavolino.. capito?Dietro ci sono i ricchi miliardari!”. Brusio di dissenso e di approvazione. Massimo, probabilmente il più giovane del gruppo ma comunque sopra i 65 anni, afferma che lui ad Expo non ci è andato per scelta perché pensa che si discosti un po’ troppo dal tema dell’alimentazione, “e questo è un peccato”. Chi lo ha visitato, almeno fino all’ingresso, è Giuseppe: “Io ci sono andato sabato con mio figlio. Non ti dico la metropolitana come era. Non si poteva entrare, non si poteva entrare. Sono sceso e ho visto una fiumana di persone che non ti potevi neanche muovere. Ho detto a mio figlio “guarda se vuoi vai tu ma io me ne vado”. Abbiamo preso i biglietti e li abbiamo venduti a due francesi. Abbiamo preso 10 euro, 5 euro per uno, ho venduto il biglietto e me ne sono tornato indietro. La gente..era proprio impressionante”. Pareri contrastanti sull’utilità o meno di farsi ore di fila per vedere cose, ma su una cosa sono tutti – o quasi- d’accordo: che questo Expo a Milano lascerà molto. “E’ stato un buon investimento per noi milanesi”, “La Darsena è una delle cose.. Stanno facendo tante cose. Stanno mettendo a posto adesso, un po’ in ritardo sì ma lo stanno facendo”.
Uno di loro non ha mai parlato. Chiedo anche a lui se è stato ad Expo. “No, non ci sono andato, devo lavorare” mi dice. Quando gli chiedo di che si occupa mi mostra i secchi sulla bicicletta e mi dice che oggi lava i vetri dei negozi. Prende 460 euro di pensione ogni due mesi e a lui Expo non ha cambiato assolutamente nulla.
Che rimane di Expo? Numeri, sondaggi, sintesi, impressioni. E tanta voglia di concretizzare sempre di più questa grande utopia che ha imboccato la giusta strada ma che non deve morire con il 31 ottobre.

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