La fotografia per indagare il reale: trittico di mostre a Torino

Protocole-Bertillon-par-Reiss-02-copia-1920x881

La fotografia come strumento di indagine del reale: è questo il comune denominatore del trittico di mostre che apre il primo anno di attività di CAMERACentro Italiano per la Fotografia. Aperto a Torino il 1 Ottobre 2015, nasce dalla volontà di dotare l’Italia di uno spazio dedicato al linguaggio fotografico in tutte le sue declinazioni: dalla documentazione all’espressione artistica.

SULLA SCENA DEL CRIMINE                                                                                                                              dDiane Dufour

L’immagine può costituire una prova in sè? E’ questo l’interrogativo che Diane Dufour, ideatrice nonchè curatrice della mostra, pone allo spettatore. In tre anni di ricerca, raccoglie immagini provenienti direttamente dagli archivi della polizia, le decontestualizza e ne fa un corpus di undici casi-studio. Durante il percorso espositivo ha luogo, nello spettatore, una graduale demolizione dei criteri estetici e morali: non c’è commozione nè un languido trasporto; le fotografie vengono collocate automaticamente nel terreno dei potenziali strumenti giudiziari. Uno degli undici casi presentati è La distruzione di Koreme: nel 1988, durante la campagna militare con cui l’esercito iracheno sradicò 4 milioni di curdi dal Kurdistan Iracheno, Koreme (nel Kurdistan settentrionale) venne svuotata dei suoi abitanti e poi rasa al suolo; 27 tra ragazzi e uomini vennero giustiziati. Nel 1922, una squadra di esperti riportò alla luce quattro fosse comuni. Susan Meiselas, dell’agenzia fotografica Magnu, documentò le riesumazioni. I punti di riferimento di ogni fossa (confini, crani, ossa) vennero disegnati e sovrapposti in laboratorio su un’unica mappa. Il luogo di sepoltura venne documentato meticolosamente al fine di identificare ciascuna delle 27 vittime.

E’ questo, forse, il caso più emblematico poichè fa rimbalzare violentemente lo spettatore nella direzione dell’interrogativo propulsore dell’intera mostra: le immagini possono costituire una prova? Lo spettatore ha davanti a sè il reportage fotografico: una successione di fotografie in bianco e nero che documentano le diverse fasi della riesumazione delle fosse comuni. Più in basso una serie di disegni, di cui riporto qui due esempi.

Grave A S Level 2 EditGrave A S Level 1 Edit

In un ipotetico processo, la prova potrebbe essere costituita dalle fotografie oppure dai disegni? Le fotografie sono un’importante strumento di comunicazione ma non costituiscono in sè una prova. I disegni hanno invece tutte le caratteristiche per poter essere considerati una prova valida nell’ambito di un processo giudiziario: presentano una riduzione in scala, sono orientati, consentono di comprendere con precisione la posizione dei singoli corpi, i quali, invece, nelle fotografie sono sovrapposti gli uni sugli altri. Lo spettatore ha dunque tutti gli strumenti per convenire che l’immagine non può costituire una prova in sè. L’immagine si limita ad esistere, è l’esperto che la codifica, la spiega, la fa parlare. E’ un enigma da risolvere attraverso l’applicazione meticolosa di un protocollo: risolto l’enigma l’immagine diventa una prova.

 

OH MAN                                                                                                                                                                        di Lise Sarfati

2_OhMan_CourtesyLiseSarfati

 

 

 

 

 

 

 

 

Oh Man: il titolo della mostra sembra dar voce allo spettatore che si trova al cospetto delle fotografie di Lise Sarfati. “Oh” dello stupore, dell’inaspettato, della meraviglia e “Man” a designare l’ente in funzione del quale esiste quell’ “Oh”. Un uomo che appare all’improvviso, che si manifesta con evidenza, isolato all’interno di un contesto urbano: è questa la matrice riscontrabile in ogni fotografia. Gli uomini immortalati da Lise Sarfati non compiono alcuna azione rilevante, nella maggior parte dei casi camminano. La loro presenza è carica di energia e, ovunque si trovino nel rettangolo dell’immagine, hanno un’importanza centrale. La città non è da considerare alla stregua di un paesaggio che, passivamente, funge da sfondo all’incedere dell’uomo: è, con l’uomo, essa stessa personaggio. Non lo è costitutivamente, ma lo diventa nell’istante in cui lo spettatore le assegna un carattere, una storia. Come Diane Dufour, anche Lise Sarfati pone l’attenzione sul ruolo attivo dello spettatore che, interrogato dalla fotografia, risponde animandola: ne costruisce un’ideale prosecuzione, la fa respirare. Ciò che ne deriva è un dialogo silenzioso tra l’immagine e chi la osserva.

L’uomo che cammina, che si afferma attraverso l’incedere, simbolo di ricerca, libertà, progresso. E’ questo un tema ricorrente nella storia dell’arte. Gli uomini di “Oh Man”, nel mio dialogo silenzioso, hanno assunto quasi immediatamente le fattezze dell’uomo bronzeo di Boccioni: Forme uniche nella continuità dello spazio. Il punto di contatto più immediato, che mi ha condotto a questa associazione, è indubbiamente la posizione del corpo che consegue all’azione dell’incedere. La natura di questo incedere rivela però delle differenze sostanziali:quello dell’uomo di Boccioni è un incedere impetuoso, scandito da falcate ampie e decise; gli uomini di Lise Sarfati invece incedono senza una direzione evidente, in posizioni precarie, privati dell’impeto di uno scopo.

Boccioni - Forme uniche della continuita' nello spazio (Milano)

Tanto nella scultura di Boccioni quanto nelle fotografie di Lise Sarfati è invece evidente la coesistenza di soggetto e ambiente. L’uomo e lo spazio sono compenetrati: non è possibile stabilire un confine di appartenenza dell’uno o dell’altro. In Boccioni ciò ha una realizzazione plastica: le membra dell’uomo si disgregano, si spiralizzano, solidificano quella che sarebbe, altrimenti, un’estensione del corpo puramente ideale.

 

KABUL + BAGHDAD                                                                                                                                             di Antonio Ottomanelli

Antonio Ottomanelli, laureato in architettura, approda alla fotografia come strumento per indagare il territorio: non tanto nei suoi aspetti urbanistici e paesaggistici, bensì come indicatore delle dinamiche sociali e delle tensioni geopolitiche nelle aree di conflitto. Le opere esposte, realizzate in scenari come l’Afghanistan e l’Iraq, pongono l’accento sulla necessità di rivolgere a quei luoghi uno sguardo più ampio. Secondo Ottomanelli, l’artista è colui che si assume la responsabilità di essere un avamposto di conoscenza. In questa definizione si coglie immediatamente la componente imprescindibile del coraggio, della consapevolezza, della precisa scelta del punto di vista da cui osservare i fenomeni; elementi di cui trasudano le immagini presenti in mostra, appartenenti a due diversi progetti: Big Eye Kabul e Mapping Identity.

Il primo, Big Eye Kabul, individua la propria peculiarità nel ribaltamento di prospettiva: lo sguardo si sposta dal basso verso l’alto per seguire un dirigibile americano. A Kabul, Ottomanelli ha fotografato i dirigibili americani che sorvegliano con i loro sensori elettronici quasi tutte le città afghane, lì li chiamano Big Eye.
security0014  security0018  security0016

Mapping Identity è invece un progetto realizzato con alcuni studenti dell’Università di Baghdad: sotto la guida di Ottomanelli, hanno realizzato una ricostruzione topografica della città, sulla base della loro esperienza diretta sul territorio. Il lavoro si compone di una serie di mappe parziali: ci sono quartieri interamente ridisegnati da chi li abita e li frequenta; i segni neri costituiscono il passato prebellico e quelli rossi tutto ciò che è cambiato ed è stato integrato successivamente.

Rac 3: Maden Kadem; 21 years old; Hay Our Street; maden19òyahoo.com; lives with his family in a Baghdad's class district. Mapping Identity Is a project realized between November 2011 and February 2012 during a workshop carried out with the contribution of the University of Baghdad - Fine Arts Faculty. Baghdad has suffered structural damage after the U.S. military occupation. The latest map of Baghdad was made by the U.S. Army in 2003, for military and strategic purposes, in a very large scale. There is no civilian map of the current configuration. There is no census or registry. Mapping Identity is our proposal for an honest redesign of the city of Baghdad, as close as possible to the reality that pervades it. See the backstage video @ http://vimeo.com/38221432 See the one VideoMapping Teaser @ http://vimeo.com/38435234

Se costruire una città significa fissare dei significati sul territorio, credo che ricostruirne la mappa sia un modo per prendere coscienza in tempo reale del modificarsi di questi significati. L’arte contemporanea in genere implica un processo di appropriazione, Mapping Identity è invece un esempio emblematico di restituzione: l’esercizio di ricostruzione topografica ideato da Ottomanelli è diventato infatti parte integrante del programma di studio del primo anno di corso.

 


 

Camera – Centro Italiano per la Fotografia, Torino

Sulla scena del crimine, Diane Dufour  // 27 gennaio – 1 maggio 2016                                                 Oh Man, Lise Sarfati  //  27 gennaio – 13 marzo 2016                                                                                   Kabul + Baghdad, Antonio Ottomanelli  //  27 gennaio- 13 marzo 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *